All’alba, sulle colline di Malibù, qualcuno medita davanti all’oceano mentre uno smartwatch ha già registrato la qualità del sonno, un sensore monitora la glicemia e un’app suggerisce il momento ideale per esporsi al sole. Poche ore dopo, a West Hollywood, c’è chi prenota una flebo vitaminica prima di una riunione o una seduta in camera iperbarica dopo l’allenamento. È la California del 2026, dove il wellness è diventato una cultura che fonde scienza, tecnologia e spiritualità e dove il corpo è visto sempre di più come un progetto da misurare e ottimizzare ogni giorno, sul quale fare business. La longevità muove capitali. E a dirlo sono i numeri, come i 19 miliardi di dollari che secondo il San Francisco Chronicle rappresentano il mercato globale di un settore destinato ad arrivare a 63 entro il 2035. Questi dati non stupiscono chi conosce il settore perché il fenomeno affonda le radici nei primi anni della Silicon Valley quando, come ricorda Valter Longo, biogerontologo e direttore delal’Istituto sulla Longevità della University of Southern California, “aveva attirato l’attenzione dei grandi investitori, Google in primis”. Dietro la frenesia agli investimenti c’è un cambio di paradigma: invece di intervenire quando “la persona è malata, la medicina dovrebbe puntare di più sulla prevenzione”, dice Longo. È su questa visione che si fonda il caso americano. Come fa notare Luigi Caterino, ceo e founder della clinica anti-età The Longevity Suite, la California rappresenta il punto in cui ricerca scientifica, capitale e cultura della sperimentazione si sono finalmente sovrapposti. “Los Angeles ha portato il linguaggio del lifestyle e dell’immagine; la Silicon Valley ha introdotto dati, tecnologia e velocità di innovazione. Così la longevity è uscita dagli ospedali ed è diventata un modo di progettare la vita”. Il risultato è un ecosistema in cui il confine tra medicina, benessere e performance si è dissolto. Oggi si passa con naturalezza da un’analisi del microbioma a una sessione di breathwork, da un sound bath nel deserto a una clinica della ketamina, sostanza nata come trattamento per forme resistenti di depressione, ormai entrata nell’immaginario del wellness di fascia alta. “La differenza”, sottolinea Caterino, “la fanno rigore scientifico e contesto clinico in cui queste pratiche vengono applicate”. È proprio sul rigore che Longo insiste. Le longevity clinic propongono diagnostiche sofisticate con centinaia di biomarcatori e test avanzati, ma non sempre hanno competenze per interpretarli. Il rischio è accumulare dati senza trasformarli in conoscenze utili. Più delicato è il tema del biohacking. “Infusioni di vitamine, crioterapia, camera iperbarica e ormoni della crescita possono produrre benefici immediati, ma le evidenze scientifiche non ne supportano l’uso sistematico e, in alcuni casi, suggeriscono rischi nel lungo termine”, avvisa Longo. Così, se da una parte le startup vendono il sogno di rallentare il tempo biologico, dall’altra la scienza ribadisce i grandi classici: alimentazione prevalentemente vegetale, attività fisica regolare, sonno di qualità e prevenzione costante. Tutto il resto può rappresentare un’opportunità. O l’illusione che la tecnologia possa sostituire le buone abitudini.