Nasce una nuova Medicina. Avveniristica e che apre scenari infiniti, inimmaginabili fino a oggi.

Protagonisti sono gli organi umani in funzione fuori dal corpo, collocati all’interno di macchine da perfusione, dove vivono continuando a espletare le loro funzioni proprio come se fossero ancora in un organismo. Questa frontiera innovativa, affrontata a livello mondiale solo in pochissimi centri, in Italia parte da Padova e affonda le radici su due capisaldi: il primo è che nell’azienda Ospedale Università un fegato espiantato è già stato tenuto in vita per ben 17 giorni, ed è il record mondiale, appunto nella macchina di perfusione, e il secondo è rappresentato dal fatto che nel progetto già approvato, finanziato e avviato del nuovo policlinico che sorgerà nella zona est del capoluogo del Santo, è prevista la realizzazione di una terapia intensiva da 400 metri quadrati, con postazioni riservate esclusivamente a cuori, fegati, polmoni o reni da curare e da trapiantare, che saranno seguiti, proprio come se fossero dei malati in rianimazione, da medici, anestesisti compresi, e infermieri dedicati.

Un piano avveniristico, quindi, che nella città veneta sta seguendo il professor Umberto Cillo, direttore dell’Unità Operativa Complessa Chirurgia Epatobiliopancreatica. In questo momento nel nosocomio veneto in via sperimentale sono già stati messi in perfusione fuori dal corpo alcuni fegati rimossi a pazienti che poi sono stati sottoposti a trapianto. «Invece di scartarli e buttarli via – spiega Cillo – si posizionano all’interno di queste macchine super sofisticate, delle “Ferrari della perfusione”, che li mantengono efficienti per un periodo fino a poco tempo fa impensabile. Di recente abbiamo pubblicato sulla rivista Journal of Hepatology, una delle più prestigiose al mondo, il primo caso appunto di un fegato vissuto per 17 giorni dentro a questa macchina ad altissima tecnologia. Era di donna e presentava metastasi non resecabili da tumore al colon già operato. In condizioni perfettamente fisiologiche e a 37 gradi di temperatura, quindi, lo abbiamo visto funzionare sul bancone mentre produceva bile e reagiva ai farmaci. Questo ci permette di esplorare nuove frontiere, tra cui la possibilità di modificare gli antigeni presenti dentro l’endotelio (complesso maggiore di istocompatibilità), per rendere in futuro compatibili con il ricevente gli organi destinati al trapianto». Una potenzialità straordinaria in ambito trapiantologico. «Certo – aggiunge lo specialista – grazie a questa invisibilità immunologica il fegato così trattato nel momento in cui si impianta nel corpo del ricevente viene considerato da quest’ultimo come un organo proprio, che significa non dover ricorrere alla terapia immunosoppressiva. È una sorta di…Sacro Graal perché porterà in prospettiva all’eliminazione del rigetto».