Di primo pomeriggio, uno dei “tecnici” di maggioranza, in quota Fratelli d’Italia, in un Transatlantico più desolato del solito spiega che “il testo è un ottimo compromesso”. E prende a citare le simulazioni diffuse da YouTrend secondo cui le preferenze avranno un impatto soprattutto per i partiti con consensi oltre il 20 per cento. “Ma sono stime per difetto. Con le preferenze potranno essere eletti fino al 25 per cento dei parlamentari, per noi di FdI si arriva al 50 per cento”. Si lavora già col pallottoliere. E sarà anche solo un gioco delle parti ma Giovanni Donzelli si spinge a dire che “Forza Italia e Lega riuniranno i loro gruppi e valuteranno. Hanno avuto bisogno di un approfondimento ulteriore al proprio interno, però l’auspicio ovviamente è che l’emendamento sia sostenuto da tutto il centrodestra”. Stefano Benigni, uno degli sherpa di Forza Italia, alla Camera spiega che sarà una decisione “di tutto il gruppo”, che si riunisce oggi alle 12. Si racconta che nel partito si scontrerebbero due sensibilità, con i tajanei più aperti alle preferenze e i non tajanei che chiudono. Nella Lega invece si predica calma e scarso interesse per il tema: “Guardi, di legge elettorale non so proprio niente e nemmeno m’interessa”. La (non) linea comunque la darà Matteo Salvini che parlando al Tg3 dice “sono sempre stato eletto con le preferenze e non sarebbero un problema” (nel frattempo vede il nuovo ad di Fs Gianpiero Strisciuglio).Da FdI, insomma, ostentano fiducia. Consci che, anche per gli alleati, “non sarebbe un bel segnale affossare l’emendamento a scrutinio palese”. Che poi è la modalità in cui si dovrebbe votare, a partire dal pomeriggio di oggi, dopo l’esame delle pregiudiziali di costituzionalità. Anche per pararsi dagli attacchi di Vannacci pronto a sparare sulla maggioranza che “aggira la rappresentatività del popolo”. L’emendamento sulle preferenze, spiegano da FdI, è tra i primi dieci a essere scrutinati. Prevede, come detto, accanto al capolista che resta bloccato, fino a tre possibilità di scelta nei collegi plurinominali, seguendo la regola dell’alternanza di genere, su una lista di sei nomi. Chi viene eletto sia come capolista che in altra posizione occupa il collegio dov’è capolista. Ci si potrà candidare fino a un massimo di cinque collegi plurinominali in contemporanea (dove saranno dislocati i big, a partire ovviamente dalla premier Meloni). Tra le altre novità un emendamento comune a tutto il centrodestra per restringere il numero delle circoscrizioni Estere (che saranno due alla Camera e una al Senato). Com’è ovvio, viste le modifiche, non verrà messa la fiducia, che potrebbe esserci però a Palazzo Madama. Per una maggioranza ancora alla ricerca di una quadra definitiva, cosa fanno le opposizioni? Ancora ieri sono tornati a riunirsi i parlamentari di Pd, M5s e Avs che hanno seguito la partita. La strategia (se così si può chiamare) è sempre quella dell’Aventino perenne, fatta di ostruzionismo, pregiudiziali di costituzionalità ed emendamenti (circa 200) per rallentare l’iter di approvazione della legge. In teoria le preferenze sono uno dei modi in cui i riformisti avrebbero modo di contare. Ma anche dalla maggioranza viene ritenuto improbabile che possa essere richiesto da 20 parlamentari del campo largo lo scrutinio segreto votando l’emendamento sulle preferenze. Si vedrà. I dem torneranno a riunirsi stamattina. I Cinque stelle useranno il testo del centrodestra per dire che “sulle preferenze l’unico vero emendamento è il nostro”, visto che da proposta M5s si stabiliscono fino a due possibilità di scelta con vincolo di genere (ma con sistema diverso). Meloni, volata a Doha per prenderà parte alla cerimonia di presentazione delle condoglianze per la morte dell’Emiro del Qatar Al Thani, oggi farà ritorno a Roma per il Cdm convocato nel pomeriggio (dove potrebbe sbloccarsi l’impasse Consob). Sulle preferenze la linea resta: “E’ una materia di competenza parlamentare”. Ma l’intento è chiaro: permettere a FdI di usarle e a Lega e Fi di accontentarsi dei capilista. “Persino i renziani sono tentati dal votare l’emendamento, visto che è uguale all’Italicum”, chiosano tra i meloniani.