Il 3 agosto 2026 segna la fine di una lunga eccezione italiana. Da quella data la carta d’identità cartacea non sarà più valida per l’espatrio, anche se continuerà a essere riconosciuta sul territorio nazionale fino alla sua naturale scadenza e comunque non oltre il 31 gennaio 2027.

È l’ultimo passaggio di un percorso iniziato quasi dieci anni fa con l’introduzione della Carta d’identità elettronica (Cie), il documento destinato a diventare il perno dell’identità digitale dei cittadini italiani.

La domanda, però, è inevitabile: se la scadenza europea era nota da anni, perché l’Italia arriva ancora una volta a ridosso del termine con uffici sotto pressione, open day straordinari e cittadini costretti a rincorrere gli appuntamenti?

Per comprendere il problema bisogna partire dai numeri. Dal 2016 a oggi sono state emesse decine di milioni di Carte d’identità elettroniche, ma la sostituzione del vecchio documento cartaceo non è avvenuta in modo uniforme. Una quota significativa di cittadini continua infatti a possedere una carta tradizionale ancora formalmente valida. Non si tratta di una sorpresa: il sistema italiano ha scelto di non imporre la sostituzione anticipata dei documenti in corso di validità, lasciando che la transizione seguisse il ritmo naturale dei rinnovi. Una scelta ragionevole dal punto di vista economico e amministrativo, che ha evitato costi immediati per le famiglie e un collasso degli uffici anagrafici. Ma che ha avuto una conseguenza prevedibile: concentrare negli ultimi anni una massa enorme di richieste di rinnovo.