C’è una cosa che gli inglesi sembrano non aver mai imparato: convivere con la scaramanzia. O, più semplicemente, evitare di caricarsi addosso altra pressione quando il peso della storia è già enorme. L’Inghilterra non vince un Mondiale dal 1966 e, da allora, ogni grande torneo è diventato una rincorsa accompagnata da proclami, slogan e aspettative che troppo spesso si sono trasformati in macigni insormontabili.

Mondiali 2026, le semifinali: mercoledì Inghilterra-Argentina

L’esempio più famoso e recente è “It’s Coming Home“, il coro diventato il simbolo della nazionale nelle ultime manifestazioni. Un inno nato con ironia, è vero, ma finito per incarnare la convinzione che il calcio stesse davvero tornando a casa. Il risultato è noto: due finali degli Europei perse consecutivamente, prima a Wembley contro l’Italia nel 2021, poi nel 2024 contro la Spagna. Ogni volta il sogno si è infranto proprio a un passo dal traguardo.

Ai Mondiali 2026, però, sembrava essere cambiato qualcosa. Al posto di It’s Coming Home è stata Wonderwall degli Oasis a diventare la colonna sonora del cammino dei Tre Leoni. Un cambio non solo musicale, ma anche simbolico. La canzone non parla di rivincite o di trofei, ma ha accompagnato la squadra con un senso di appartenenza e di unità, trasformandosi spontaneamente nell’inno di una nazionale che, almeno all’esterno, sembrava aver smesso di proclamarsi favorita in nome della storia.