Sono ormai numerose le ordinanze che limitano i lavori, soprattutto quelli pesanti, nelle ore più calde della giornata. Si afferma, in diversi Paesi europei, un diritto al ritiro dal lavoro oltre una certa temperatura. Non siamo purtroppo di fronte a un codice eccezionale, una misura d’emergenza. Quello che stiamo sperimentando diventerà la normalità dei prossimi anni. E nell’adattamento al riscaldamento climatico - perché alla mitigazione con tutto questo revisionismo in materia ci si pensa poco o la si ritiene troppo costosa - andranno cambiati anche gli orari d’ufficio e di fabbrica, cercando di contemperare i diritti di chi lavora con quelli di chi usufruisce di un servizio.
Ciò comporterà il sacrificio di alzarsi prima, ma nello stesso tempo anche il disagio di turni spezzati dalla pausa imposta dalle temperature e l’allungamento dell’arco complessivo di impegno quotidiano di lavoratrici e lavoratori. La colonnina di mercurio mal si adatta alla logica dei contratti nazionali. Cominciare all’alba significa di fatto lavorare di notte, con relativa indennità. Il riscaldamento climatico non guarderà in faccia ai diritti dei lavoratori ma nemmeno a quelli degli utenti e dei consumatori.







