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Nel tentativo di tutelare i lavoratori dell’edilizia dalle ondate di calore estive, nelle scorse settimane molte regioni hanno adottato misure emergenziali simili, che sospendono il lavoro all’aperto nelle ore in cui fa più caldo: sono utili a ridurre gli infortuni, ma troppo generiche per tenere conto dell’eterogeneità delle mansioni. Manca una legge nazionale che trovi un compromesso tra le interruzioni dei cantieri per diverse ore e le esigenze di imprese e operai, che se non lavorano possono trovarsi in sostanza in due condizioni: o ricevono qualche forma di sostegno al reddito (con la cassa integrazione), ma sempre meno del loro stipendio normale, oppure non guadagnano proprio.
Durante i giorni segnalati “ad alto rischio”, per esempio, l’ordinanza della Regione Lombardia impone dal 2 luglio la sospensione dei lavori all’aperto con attività fisica “intensa” nei cantieri, nelle cave, nei campi e nei vivai, dalle 12:30 alle 16. È una misura di prevenzione pensata per proteggere alcune categorie di lavoratori giudicati più esposti al sole e alle alte temperature. Anche se ciascuna si è dovuta muovere per conto proprio, in assenza di un coordinamento nazionale, finora gran parte delle regioni ha adottato provvedimenti simili, pur con qualche piccola variazione nelle fasce orarie, nelle categorie professionali e nella durata del provvedimento. Alcune l’hanno estesa anche ai rider, i fattorini che si occupano delle consegne.







