Indossa elmetto e pettorina fluorescente. Infila le scarpe antinfortunistiche. La mattina è da poco cominciata e lui è già un fiume in piena di idee e progetti che snocciola agli ingegneri, mentre passa in rassegna gli impianti.Vederlo all'opera, Antonio Marcegaglia, con l'impero che ha consolidato, fa venire la nostalgia. La nostalgia di quegli imprenditori italiani d'antan che considerano l'azienda famiglia. In generale gli acciaieri italiani sono fra gli ultimi avamposti dell'industria a conduzione famigliare, paiono i resistenti giapponesi dopo la seconda guerra mondiale, convinti che i soldi fatti in fabbrica vadano reinvestiti lì, come diceva Giorgio Squinzi quando stava alla guida di Confindustria. Certo, anche in questo campo le cose stanno cambiando: per esempio, a febbraio la famiglia Alfieri ha ceduto la maggioranza qualificata di Padana Tubi & Profilati Acciaio al fondo d'investimento Attestor per rafforzare la crescita internazionale. E i fondi, quelli, vogliono bene alle aziende?Anche Antonio potrebbe starsene lontano dai laminatoi, invece ci mostra con malcelato compiacimento lo schermo del cellulare. «Vede questi punti verdi? Ognuno indica una linea di laminazione. Significa che stanno producendo a dovere. Così anche quando non sono qui posso controllare che tutto funzioni alla perfezione. Sempre». E se i pallini sono rossi? Allora il presidente alza il telefono e lo riaggancia quando il puntino torna a essere verde. Ah, l'automazione, che grattacapo per i dirigenti di Marcegaglia. C'è da scommettere che i Pasini, gli Arvedi, i Banzato fanno esattamente la stessa cosa: sguardo occhiuto sull'azienda.Dunque, siamo a Ravenna, nello stabilimento più grande del gruppo guidato dai fratelli Emma e Antonio, eredi del fondatore, Steno. Seconda generazione. Lei si occupa principalmente della finanza, lui segue più da vicino l'approvvigionamento di materia prima, i coil di acciaio (rotoloni che approdano alla banchina con un colore nerastro), e tutto il ciclo produttivo e commerciale. Da qui e dagli altri centri Marcegaglia esce il materiale su richiesta del cliente, che assume varie forme: tubi saldati, barre trafilate, nastri, lamiere.Ravenna è il fiore all'occhiello del gruppo Marcegaglia per dimensioni e innovazione: guidato da Aldo Fiorini, figlio di Plinio, storico collaboratore di Steno, è grande 540mila metri quadri, come 78 campi da calcio, compreso di banchina, deposito e 250mila metri quadri di capannoni, dove si trovano due linee di decapaggio, quattro di laminazione a freddo, una di skipassatura, quattro di zincatura e zinco-verniciatura, 56 basi per forni, 32 forni di ricottura e un magazzino totalmente automatizzato dove l'uomo ha lasciato il posto al carro ponte intelligente, che sposta il materiale e lo prepara per la spedizione al cliente. Qui, nel futuristico magazzino, di operai se ne vedono pochi. È possibile pensare a un'acciaieria senza tute blu? La domanda farà sobbalzare il sindacato, ma Michele Manaresi, quality manager, che ci accompagna a visitare lo stabilimento romagnolo, guarda a un futuro probabilmente non troppo lontano: «L'intelligenza artificiale porterà a ridurre la presenza di operai sulle linee per i lavori più usuranti. Ci sarà piuttosto bisogno di più periti meccanici ed elettronici, di ingegneri altamente qualificati», peccato che ovunque in Italia siano mosche bianche.Il tema della forza lavoro, fa pensare a un'altra grande acciaieria italiana, l'Ilva. Dal 2012 la famiglia Riva, estromessa dalla magistratura, ha lasciato la gestione del grande impianto tarantino, uno degli ultimi a caldo d'Italia, più le sedi di laminazione a freddo del Nord, a svariati commissari. A resistere è una forza lavoro di 10mila dipendenti, di cui 8 in Puglia. Che ne sarà di loro? «Uno stabilimento verticalizzato come quello di Taranto si può ancora rilanciare, anche se dopo 14 anni di gestione commissariale e di non chiara leadership industriale, con forti limitazioni negli investimenti necessari, servono notevoli risorse finanziarie e di volontà», ragiona Antonio Marcegaglia, che continua. «A regime, la produzione potrebbe attestarsi attorno ai 4 milioni di tonnellate, un ordine di grandezza plausibile in un'Europa in cui non esistono più acciaierie di dimensioni maggiori, se non ArcelorMittal a Gand in Belgio o Tata in Olanda, dove si sfornano cinque milioni. Per Ilva c'è un tema di scelta del territorio e un altro di responsabilità sindacale, perché se i volumi cambiano e le tecnologie evolvono, non si possono replicare i modelli del passato».Gli operatori che si sono affacciati al dossier Ilva hanno dimostrato di avere risorse proprie limitate e scarsa consapevolezza della conversione siderurgia europea: oggi, dei 150milioni di tonnellate di acciaio prodotto in Europa, 90 vengono da ciclo integrale. Per motivi di transizione ecologica è scontato pensare che parte di questa produzione sarà convertita a forni elettrici.Detto questo, Marcegaglia è l'esempio che fare acciaio in Italia e in Europa è ancora possibile: è un gruppo da 7.800 dipendenti, 6,3 miliardi di euro di ricavi (2025), 402 milioni di utili al lordo di interessi, imposte, svalutazioni e ammortamenti e un utile netto di 65 milioni. Punta a chiudere il 2026 con un volume d'affari superiore ai 7 miliardi, facendo leva sulla dinamica in rialzo dei prezzi dell'acciaio. La forza del gruppo è stata quella di avere, nel tempo, verticalizzato l'attività: da centro servizi a industria di prima produzione, arrivando a una capacità di 6,5 milioni di tonnellate.Sfumato il tentativo di fare proprio l'impianto di Terni, finito nelle mani del competitor Arvedi, va in porto l'acquisizione (per 228 milioni di euro) di cinque impianti siderurgici inox dalla multinazionale finlandese Outokumpu, fra cui l'acciaieria di Sheffield in Inghilterra, segnando così il debutto dei mantovani di Marcegaglia nella produzione primaria. Due anni fa ha rilevato da Ascometal a Fos-sur-Mer, in Francia, un'acciaieria per lingotti, dove la friulana Danieli realizzerà un nuovo impianto di produzione di acciaio a caldo del valore di 450milioni di euro. Il progetto, denominato Mistral Project, ha un capex totale di oltre un miliardo e rappresenta l'investimento più rilevante del gruppo Marcegaglia in termini di integrazione a monte. Potrà realizzare due milioni di tonnellate di acciaio da forno elettrico e laminarne tre, sia di inossidabile, sia di acciaio al carbonio, coprendo il 35-40 per cento della domanda totale di coil e bramme del gruppo, con l'obiettivo di rifornire i suoi impianti italiani. Perché puntare sulla Francia? «L'area sorge in un contesto industriale già sviluppato, facilmente implementabile, dotato di competenze in quel campo e sostenuto dal governo in termini di progetto strategico nazionale. In più c'è un'alta disponibilità di energia nucleare a costo più basso rispetto all'Italia». Appunto, e l'Italia? «Abbiamo un problema di pianificazione e scelte di politiche industriali che vengono meno. Un altro problema di costi dell'energia, frutto di politiche industriali discutibili, partendo dalla rinuncia al nucleare, passando dall'anomalo e alto prezzo del gas. In Italia, e in Europa in generale, abbiamo abdicato a certe soluzioni pensando che le materie prime fossero disponibili, così come lo fosse l'energia. La guerra in Medio Oriente ha enfatizzato i limiti di questa assenza di visione. Aggiungiamo pure i ritardi negli investimenti infrastrutturali e le scelte di governance europee estremamente faticose, in cui ogni Paese va per conto suo: il quadro non è ottimale per chi intende continuare a fare siderurgia qui». Insomma, fare impresa in Europa è dura, in Italia ancora di più. «Però sono state fatte anche delle cose positive, come l'energy release, che garantisce un prezzo calmierato alle aziende energivore, ma in cambio l'utilizzatore si impegna a restituire il vantaggio investendo in rinnovabili. Quello che temiamo è la non strutturalità di simili misure».La filiera industriale dell'acciaio italiana è una delle più decarbonizzate e ha fatto della carenza di minerale e della necessità di riciclo un elemento di forza: «Siamo oltre 85% di riciclo, usando energia elettrica e rottame. E si tratta per lo più di aziende famigliari sia nella produzione, sia nella prima e nella seconda trasformazione, nei centri di servizio e nel commercio».La gestione famigliare delle aziende spesso rappresenta una maggiore garanzia anche per la forza lavoro. «Le relazioni sindacali sono buone e l'azienda è disponibile al dialogo e favorevole a iniziative a tutela dei lavoratori», conferma Marco Massari, segretario della Fiom di Mantova, dove ha sede l'headquarter di Marcegaglia. Racconta Massari che negli stabilimenti di Gazoldo degli Ippoliti, a fronte delle richiese di interventi per installare nuovi aspiratori sulle linee produttive per abbattere le emissioni di polveri e nebbie oleose, l'azienda ha risposto positivamente, impegnandosi a installare entro agosto i nuovi aspiratori per migliorare la qualità dell'aria. Inoltre la proprietà ha concordato con le rsu un piano di analisi e rilevamenti sugli impianti, con riferimento alle lavorazioni e ai materiali individuati, in relazione alle emissioni di polveri e nebbie oleose.Decarbonizzazione e riduzione dell'impatto ambientale sono i due obiettivi del gruppo mantovano, da raggiungere sperimentando nuove tecnologie come, ad esempio, il piano I-Smelt messo a punto dal professore di siderurgia del Politecnico di Milano, Carlo Mapelli. Il prototipo, in fase di realizzazione a Ravenna, consente di utilizzare i cascami di acciaio, ovvero parte dei rottami, scaglie del decappaggio e altri scarti da riciclare in un forno alimentato da billette a minerale di ferro e biocarbone, per realizzare acciaio verde a impatto zero. È inoltre stato lanciato un progetto di carbon capture per la cattura di CO2 attraverso un impianto di cogenerazione e la ricerca di partner industriali a basso impatto ambientale. Ma la sfida più grande per la siderurgia italiana e, in generale per la manifattura, si chiama Cina: «Non c'è solo la concorrenza che viene dai siderurgici asiatici, ma anche un'importazione massiccia di semilavorati e prodotti finiti a un costo più basso del nostro. Chi produce in Italia e in Europa sconta costi energetici più alti, ma anche quote di compensazione dell'inquinamento prodotto che pesano sul costo finale dei prodotti. In tal senso, si può valutare positivamente la strategia europea varata la scorsa settimana che introduce nuove misure di regolamentazione del mercato, evitando una drastica chiusura (come i dazi imposti dall'America), favorendo un bilanciamento tra scambi commerciali e tutela della produzione europea».
Angonio Marcegaglia: «Fare acciaio in Italia è possibile» - L'intervista
A Ravenna, nel più grande stabilimento del gruppo, Antonio Marcegaglia racconta un modello familiare che riesce a essere competitivo in un settore dominato da f








