Se le istituzioni non comprenderanno che una manifattura priva di siderurgia è un gigante dai piedi d’argilla, il declino sarà inevitabile
Luca Maestripieri (Cisl Liguria)
L’instabilità geopolitica e la frammentazione delle catene di approvvigionamento globali pongono l’Italia di fronte a un bivio identitario riguardante il cuore della propria economia: la manifattura. L'industria pesante è spesso erroneamente considerata un retaggio del passato, un residuo del Novecento da gestire tra crisi occupazionali e nodi ambientali. Oggi è necessario un cambio di paradigma: occorre definire e attuare una “siderurgia immunitaria”. L’immunità, in senso economico e strategico, rappresenta la capacità di un sistema industriale di resistere agli choc esterni.
Per l’Italia, l’acciaio storicamente non è una commodity, ma il sistema immunitario che alimenta la filiera a valle. Dalla meccanica strumentale alla cantieristica, ogni eccellenza dipende dalla disponibilità e dalla vicinanza della produzione primaria. Invocare la centralità dell'acciaio nazionale non significa applicare ideologicamente il concetto di sovranismo, ma adottare un necessario realismo. Le esperienze attuali insegnano che basta un conflitto per interrompere l'import di materie prime essenziali come grano, gas, petrolio e acciaio. Chi dipende interamente dall'estero abdica alla propria sovranità, esponendosi a speculazioni e strozzature logistiche capaci di paralizzare i distretti produttivi.







