«Io continuo a sperare per l’amico Mario Adinolfi che dica la verità». La notizia dell’indagine della Guardia di Finanza su un presunto sistema di gruppi di scommessa, che ha portato all’ordinanza con la quale il gip ha disposto per il giornalista e leader del Popolo della Famiglia gli arresti domiciliari, ha lasciato l'amaro in bocca a molti. Anche a Cristina Zaccanti, ex insegnante e dirigente del “Popolo della Famiglia”, in cui ha iniziato a militare dal 2016 per poi diventare coordinatrice regionale in Piemonte e membro del consiglio nazionale. Un impegno accolto «come una missione». Una stima e una fiducia, verso il leader del partito, da facilitare «dedizione, gioia e convinzione». Poi, però, «certi nodi hanno cominciato ad arrivare al pettine» e oggi l'indagine apre dubbi difficili da colmare.
La reazione alla notizia dell'arresto Mercoledì, la notizia dell'arresto. La reazione? «Da un lato di preoccupazione materna - ha spiegato la compagna di partito all'Adn Kronos. «Dall'altro mi sono sentita sollevata perché, parafrasando Manzoni, potrei dire “La c'è la giustizia”. Non m'aspettavo che la giustizia italiana effettivamente si muovesse con tanta tempestività». «Ne approfitto, anzi, per ringraziare il pubblico ministero di Roma, Arcuri - ha continuato - che ha così bene inquadrato il personaggio e la situazione. So peraltro che la nostra denuncia inoltrata dal gruppo di pidieffini piemontesi, predisposta dall'avvocato Giorgio Dipietromaria, è stata affidata al procuratore Pollidori. Siamo certi che anche questo magistrato gestirà al più presto e con altrettanta competenza la nostra situazione che corrobora i capi d'accusa già enunciati». «Ho saputo delle scommesse, come tutti gli altri: su facebook» Quanto al presunto sistema di scommessa collettiva, Zaccanti spiega di aver saputo «come tutti gli altri via Facebook e poi con il passaparola che c'era questa opportunità. Un investimento presentato come assolutamente legale, con le tasse pagate all'origine, un sistema sicuro, trasparente e a capitale garantito». «Alle persone che adesso dicono che siamo dei cretini perché ci siamo fidati e le scommesse si perdono, rispondo che non puntavamo alla scommessa – osserva – tanto più che Adinolfi garantiva che in caso di perdita, il rischio se lo sarebbe assunta totalmente lui. Se, comunque, Adinolfi ci avesse detto che aveva perso i soldi e di dargli tempo, noi avremmo capito. Credevamo che meritasse la nostra fiducia e quindi anche il nostro aiuto proprio come si fa in famiglia».Poi «nel mio ruolo di coordinatore, ho iniziato ad essere contattata da persone che mi dicevano che avevano aderito alla scommessa, ma Adinolfi non stava restituendo la somma. Io stessa gli avevo affidato meno di 10mila euro, e a onor del vero Adinolfi me l'ha anche restituita, non tutta ma parzialmente, quindi avevo motivo di incoraggiare gli altri ad avere fiducia», ricostruisce. Tuttavia «altri mi mettevano i dubbi, mi dicevano 'ma è possibile che Mario non restituisca?». E io, siccome la scommessa collettiva si concludeva a dicembre del 2025, pensavo che non fosse facile per lui poter disinvestire fino a quella data». «Abbiamo provato come consiglio nazionale ad avere un confronto personale per sapere cosa dovevamo rispondere alle persone che ci chiedevano cosa ci fosse di vero su questa situazione. E lui, anziché accettare questo confronto, ci ha attaccato dicendo che volevamo sottrargli il controllo del Popolo della Famiglia e metterlo in cattiva luce creando delle spaccature. Scoppiata la vicenda a ‘Le Iene’, ancora di più la sua reazione è stata purtroppo di chiusura», continua. «A gennaio ci sarebbero state le prime scadenze, ma Adinolfi ha iniziato a tergiversare», racconta Zaccanti sostenendo: «A febbraio ho deciso di prendere le distanze. Ad aprile con il responsabile di Torino abbiamo scritto un comunicato-appello in cui non assumevamo sicuramente il tono di chi lo accusava, ma gli chiedevamo come pensava di mantenere le promesse. La sua reazione è stata espellermi dalla chat nazionale, ma non dai miei ruoli». La dirigente del Popolo della Famiglia ha poi deciso di rivolgersi all’avvocato Giorgio Dipietromaria: «Successivamente ho capito che, a quel punto, bisognava denunciare e ho saputo che già altri si erano mossi a Roma», afferma.











