di
Stefano Agnoli
Che qualcosa si stia rompendo nel sistema energetico russo non è più negabile nemmeno dal Cremlino, anche se la crisi non sta ancora tagliando in modo significativo le entrate russe
Il «fronte delle raffinerie» non è una novità nella guerra russo-ucraina: Kiev colpisce infrastrutture petrolifere fin dal 2022. Ma da qualche mese il fenomeno ha cambiato scala, e la domanda che ora gli osservatori si pongono è: quanto questa campagna sta davvero incidendo sul sistema energetico russo?
Un primo cambiamento ha riguardato gli strumenti utilizzati, sempre più perfezionati. Il grosso del lavoro sulle raffinerie lo fa il drone FP-1 realizzato dalla Fire Point ucraina, il modello più citato nelle cronache dei mesi scorsi. Nato con una gittata dichiarata di 1.600 chilometri, è stato aggiornato con un serbatoio alare che lo porta fino a 2.700 chilometri, un salto tecnico che avrebbe reso possibile l’attacco alla raffineria di Omsk lo scorso 6 luglio. Da metà maggio, poi, alcuni esemplari della famiglia FP-1/FP-2 sono stati osservati con missili non guidati montati sotto le ali, in aggiunta alla testata principale.















