di
Simone Canettieri
Le allusioni del faccendiere sulle persone ospitate nel suo B&B. I timori nella redazione per le ricadute del caso su «Report»: gli inviati pronti a riunirsi giovedì
Scene da una rottura. Volano i piatti. E, ovvio, sono stracolmi: cozze gratinate di messaggi trasversali, frittura mista di rancori, tranci di avvertimenti, sorbetti velenosi. Valter Lavitola, già «amico geniale» di Sigfrido Ranucci, con una gragnuola di interviste (ben quattro rilasciate solo venerdì) dice e allude. Manda messaggi. Parla. E comincia a raccontare dettagli e circostanze di un rapporto andato avanti per anni.
E sembra vacillare così l’unione fra i protagonisti di questo romanzetto ambientato in un bistrot di mare nell’ombratile Monteverde: il guappo e il segugio, fonte e fontaniere, che diventano sodalizio per poi finire — pare — ai ferri corti. Con una serie, forse, di «non detti» pronti a essere resi noti dal ristoratore. È la strana coppia — l’inquisitore e il simpatico peccatore — che scoppia. Fa «bum» come la bomba che è la cornice di questa storia in cui il giornalista, va ripetuto fino al tedio, è parte lesa.












