In un'intervista al Corriere della Sera, il conduttore di Report si dice sconvolto dall'indagine sulla bomba sotto casa sua: «Vado a mangiare da lui ogni due settimane». L'ipotesi del «gesto trasversale» per non fargli arrivare qualche notizia

«Valter è un amico vero, fra di noi c’è un grande affetto. Da quando ho saputo del suo coinvolgimento presunto nell’attentato nei confronti miei e della mia famiglia sono stati giorni pesantissimi». Con queste parole, affidate a un’intervista al Corriere della Sera, Sigfrido Ranucci rompe il silenzio e commenta la clamorosa svolta della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, che vede l’ex direttore dell’Avanti Valter Lavitola indagato come presunto mandante della bomba esplosa sotto la casa del giornalista a ottobre dello scorso anno. Un legame stretto, quello tra il conduttore di Report e l’imprenditore, nato paradossalmente proprio dopo le dure inchieste della trasmissione Rai. Una sorta di «sindrome di Stoccolma», la definisce ironicamente Ranucci, spiegando di frequentare assiduamente il ristorante di pesce di Lavitola a Roma almeno ogni due settimane. Il giornalista ha rivelato di essere stato chiamato al telefono dall’amico proprio mentre i Carabinieri stavano eseguendo la perquisizione: «Era agitato. E anche io sono rimasto molto sorpreso da questo sviluppo delle indagini».