Lorenzo Corazza

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Il pacchetto di norme sull’Intelligenza Artificiale approvato dal Consiglio dei Ministri fa fare all’Italia un salto di qualità che non è solo normativo, ma di mentalità.

Per mesi abbiamo assistito a un dibattito pubblico polarizzato e sterile: da un lato il terrore acritico del “Grande Fratello” tecnologico, dall’altro la fiducia cieca in un futuro totalmente automatizzato. Il merito principale di questo decreto, che è la prima normativa nazionale organica in Europa a dare attuazione all’AI Act, è l’aver imposto una terza via, profondamente concreta: l’IA va considerata un valore aggiunto fondamentale da conoscere e integrare, ma allo stesso tempo da controllare e usare nel giusto modo. Si tratta di una scelta di campo che mette l’approccio antropocentrico alla prova dei fatti, partendo da un principio chiarissimo: la tecnologia deve potenziare le istituzioni, non sostituirle.

Il caso della giustizia è l’esempio più lampante di questo equilibrio. L’introduzione dell’IA nei tribunali non è il preludio a sentenze scritte da un computer, tutt’altro. La norma mette un punto fermo: l’uso dell’IA lascerà doverosamente intatta la discrezionalità del magistrato nell’interpretazione e applicazione della legge. Significa che lo strumento tecnologico viene integrato senza intaccare la funzione sovrana del giudicare. Non è un caso che il Comitato direttivo della Scuola della Magistratura in carica stia già promuovendo numerosi corsi formativi sull’IA per i giudici italiani. Il focus di questa formazione è ribadire che la decisione deve restare saldamente presidiata dalla competenza, dall’indipendenza e dalla responsabilità della persona; mentre l’algoritmo potrà essere usato per liberare tempo e supportare le risorse umane, migliorando la qualità del servizio per i cittadini.