L’ultima proposta di fare debito comune europeo per la competitività, in ordine cronologico, è venuta dalla Spagna. L’Italia, che ci ha già provato tante volte, si è subito schierata a favore, ma è arrivato il solito no tedesco, un altro corollario prevalentemente nordico di veti, ambiguità negativa francese e mezze aperture essenzialmente di tipo diplomatico della Commissione. Allora, con Stati Uniti e Cina che continuano a farla da padroni in mezzo a guerre militari, commerciali e civili, perché l’Italia non prende l’iniziativa di proporre all’Europa di sostenere un finanziamento comune dei beni pubblici come difesa, transizione energetica e ricerca?
È possibile o no uscire dall’impasse europea segnata dall’immobilismo della decadenza? Invece di fare tutti nuovo oneroso debito pubblico nazionale, facciamo finanziamento comune a livello europeo. Sarebbe di certo una scelta più efficiente: banalmente paghiamo di meno per indebitarci e costringiamo i Paesi a lavorare insieme a livello europeo. Di questo tipo di investimenti, negli ambiti ristretti indicati - difesa, energia, ricerca che è la testa di tech e satelliti - ne beneficiano tutti, a maggior ragione se gli investimenti sono fatti in modo coerente a livello europeo. Sui beni pubblici, se non altro, si partirebbe con una maggiore disponibilità iniziale da parte di molti dei soggetti che contano. Questa disponibilità potrebbe aiutare a sostenere il salto di qualità dalle deroghe nazionali al finanziamento comune europeo. La National Escape Clause (Nec) è la clausola di salvaguardia nazionale già approvata in sede europea per sforare fino all’1,5% sulle spese per la difesa. Su sollecitazione dell'Italia si potrebbe ottenere che l'Europa usi la stessa clausola anche per l'energia visto che oggi energia e difesa sono sempre più intrecciate e se siamo così vulnerabili è perché continuiamo a dipendere troppo da fonti fossili reperite fuori dall’Italia. L’intreccio tra difesa ed energia tocca anche i satelliti e la ricerca visti come strumento comune per aumentare la capacità di utilizzo dell’intelligenza artificiale che a sua volta richiede sempre di più tantissima energia elettrica. È evidente che si tratta di beni pubblici e che il sostegno finanziario europeo comune risponderebbe a un’esigenza strategica comune. Dobbiamo almeno renderci conto che oggi parlare di rete elettrica significa parlare di sicurezza strategica di un Paese. Se non c’è luce, non c’è acqua, non c’è riscaldamento, non c’è aria condizionata, il frigo si spegne, non arriva neppure la benzina perché anche le pompe erogatrici vanno a elettricità. L’Ucraina usa i satelliti di Musk, ma se avessimo le risorse per fare i satelliti a livello europeo potrebbe usare i nostri. Volendo sempre più uscire dall'astratto e parlare di cose concrete, ma perché quando si fa riferimento al Recovery Fund si parla sempre genericamente di crescita? Che cosa impedisce di prendere consapevolezza che oggi l'energia è difesa, e che è a tutti gli effetti sicurezza strategica nazionale? Ci sarà un motivo per cui gli ucraini in Russia non bombardano le fabbriche di armi ma le raffinerie? Ci sarà un motivo per cui non sprecano una pallottola per colpire i luoghi produttivi degli armamenti, ma puntano sempre agli impianti di generazione elettrica per cui ora in Russia fanno la fila per i rifornimenti della benzina? Diciamo le cose come stanno: l'Europa è rimasta ferma in materia di elettrificazione mentre Corea del Sud, Giappone, Cina sono andate avanti e oggi noi europei ne paghiamo il conto. Se vogliamo parlare di crescita seriamente, dobbiamo occuparci subito di questa emergenza. Non farlo è dissennatezza allo stato puro. Per l’Italia, poi, alla ricerca disperata di un volano sostitutivo della ricerca generata dagli investimenti del Pnrr in via di esaurimento, non c'è altra strada percorribile di un piano di almeno 50 miliardi l’anno da varare subito di investimenti nelle energie del futuro. Vincere la battaglia in Europa significa avere tutti più risorse e spendere di più tutti con costi più bassi. Questo significa occuparsi di scelte strategiche. Che, Europa o non Europa, sono ineludibili se si vuole garantire la sicurezza del Paese e continuare a fare crescita buona che generi occupazione buona. Alternative non ce ne sono. Ci lamentiamo sempre della questione energetica, contribuire a rendere i prezzi più competitivi significa liberare risorse per affrontare non demagogicamente la questione salariale e migliorare la nostra capacità di attrazione globale. Non sono obiettivi da poco.











