Nel 1913, André Gide annotava nel diario, a proposito del Master di Ballantrae: «Curioso libro, in cui tutto è eccellente, ma eterogeneo, al punto che sembra il campionario di tutto ciò in cui può eccellere Stevenson». L’osservazione non era infondata: Robert Louis Stevenson aveva condensato in quel romanzo le disparate caratteristiche delle opere che lo avevano reso famoso, dal senso di avventura di Treasure Island (1883) al cupo scavo morale di Dr. Jekyll and Mr. Hyde (1886), a proposito del quale il suo amico e estimatore Henry James aveva scritto che, fra quelle pagine, l’autore aveva dato nuova vita alla tradizione del romance, aggiungendovi la psicologia.
Il Master di Ballantrae. Un racconto d’inverno, che Adelphi ripropone nella scorrevole traduzione di Masolino D’Amico (con uno scritto di Jean Echenoz, pp. 314, € 22,00) era stato davvero concepito all’insegna di una varietà di sfondi e di una estrema libertà di movimento, perfino per l’inventore dell’Isola del tesoro: «facciamo un racconto, una storia di molti anni e paesi, di mare e di terra, barbarie e civiltà; una storia che abbia (…) lineamenti ampi e che si possa trattare con (…) metodo ellittico e sommario», annotava Stevenson.







