L’ultimo libro di Adachiara Zevi – Artisti e architetti alla prova dello spazio (Donzelli editore, pp. 520, con 55 tavole fotografiche, € 50,00) – si pone come una summa della sua produzione, in particolare dei suoi ultimi tre libri: Arte in USA, 2000, Peripezie del dopoguerra nell’arte italiana, 2008, Monumenti per difetto, 2014. Il volume non è però solo la riproposizione di quanto la Zevi ha già raccontato ma anzi, ampliando il campo d’indagine (il mai abbastanza benedetto indice dei nomi ne enumera quasi millecinquecento), sottopone l’intero plesso disciplinare arte/architettura contemporanea a una ‘verifica del potere’ di gestione e significazione dello spazio.

Cosa intenda con questo termine la Zevi è esplicito nel titolo dei capitoli: Sintesi come grado zero, Allestimento come atto critico, Costruire decostruire … Non si tratta quindi, semplicemente, dello ‘spazio’ inteso come tridimensionalità (sembrava scontato, prima che fosse reinventato da Santa Sofia a Costantinopoli) o come profondità dell’immagine (per la quale bisognerebbe ripartire da Giotto), ma piuttosto come luogo della nostra Erlebnis, l’esperienza della vita in tutte le sue declinazioni: relazionale, riflessiva, storica e controfattuale.