di
Roberto Gressi
Proposte diverse ma una linea comune: i fondi per Kiev usiamoli altrove
Vai a dargli torto. Se l’avessero spuntata loro, la pace ci sarebbe già da un pezzo. Certo, l’Ucraina sarebbe una provincia russa e nelle scuole di Kiev, subito dopo l’appello, si canterebbe l’ode a Vladimir Putin, il Liberatore. Ma l’energia non mancherebbe: il gas scorrerebbe copioso per stare caldi d’inverno e ci sarebbe elettricità a sufficienza per sparare a palla i condizionatori d’estate, alla faccia dei cambiamenti climatici. Certo, magari poi toccherebbe alla Polonia, o alla Finlandia, ma queste sono illazioni da disfattisti.
Loro hanno un nome e un cognome. Si chiamano Matteo Salvini, Giuseppe Conte, Roberto Vannacci, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli. Se qualcuno provasse a dire «ragazzi, porca miseria, ma che strana alleanza contro il riarmo!», ti salterebbero subito alla gola. Conte rivendica di essere dalla parte dell’Ucraina dalla prima ora, e non vuole mandarle le armi solo per evitare che si facciano più male. Vannacci va giù dritto, ama la Russia, dove i treni arrivano in orario, gli immigrati entrano solo chiedendo il permesso e stanno al loro posto, e poi gli affari con la Grande Madre non possono aspettare. Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli giustamente non vedono l’ora che finisca questo macello, e lo capite da soli, a forza di armi la pace non arriva. Con il Pd ci sono delle distanze, ovvio, ma una strada comune si troverà.











