Tra febbraio e settembre del 2025, in conseguenza della crisi dell’accoglienza che ha investito la città di Trieste, una quota consistente di richiedenti asilo presenti nella città giuliana è stata trasferita in Sardegna nell’ambito di operazioni di redistribuzione interregionale coordinate dal ministero dell’Interno.Secondo una ricerca della ong internazionale No Name Kitchen e del Consorzio di Solidarietà di Trieste, i cui contenuti L’Espresso è in grado di rivelare in esclusiva, circa l’85 per cento dei trasferimenti ha riguardato i centri di accoglienza che si trovano nell’entroterra della Sardegna dove una volta arrivati, poi, i migranti hanno segnalato l’isolamento geografico, le condizioni materiali inadeguate, le carenze igienico-sanitarie, le difficoltà di accesso ai servizi sanitari, in cui erano costretti. Ma, soprattutto, secondo quanto si legge nella ricerca, molti centri sardi funzionano anche come base di reclutamento dei caporali della zona.C’è per esempio un uomo, la cui identità di richiedente asilo è tutelata, che ha raccontato dell’esistenza di liste appese nei luoghi comuni dei diversi centri, dove i residenti possono scrivere il loro nome e il numero di telefono entrando così in contatto con delle piccole imprese locali che la mattina presto passano di fronte ai diversi centri di accoglienza e prelevano con dei furgoni le persone per impiegarle nei campi agricoli limitrofi, principalmente di meloni e angurie. Le testimonianze raccolte dalle due organizzazioni riferiscono che spesso le persone coinvolte in queste attività lavorano senza alcun contratto registrato e con turni di lavoro da circa 10-12 ore, indipendentemente dalle condizioni atmosferiche, e che nella maggior parte dei casi la retribuzione viene corrisposta in contanti al termine di ogni giornata, ed è pari a circa 50 euro ossia 4-5 euro l’ora. Un altro uomo ha raccontato che, a volte, può capitare di non percepire lo stipendio anche per alcuni mesi. E che nel caso in cui il lavoratore non retribuito si lamenti, viene direttamente sostituito da un altro ospite. Basta cercare in uno dei centri di accoglienza straordinari autorizzati dalle prefetture di Cagliari e Oristano per trovarne un altro disponibile. Anche se con differenze specifiche da centro a centro, le modalità di reperimento dei lavoratori, condizioni di lavoro e retribuzione appare sostanzialmente identico da campo a campo.Qualcuno di loro riesce anche a ottenere un contratto agricolo conforme a quelli nazionali di categoria ma, come i ricercatori hanno riscontrato: «Tali contratti sarebbero limitati a pochi lavoratori, circa due per ogni squadra di quindici, al solo fine di esibirli in caso di controlli», si legge ancora nella ricerca da cui emerge che il sistema di sfruttamento è consolidato e non riguarda solo l’agricoltura, ma anche i ristoranti e le fabbriche che insistono nella stessa zona. Con l’arrivo dei turisti sulle coste sarde, infatti, la richiesta di manodopera in cucina diventa urgente, facilitando la ricerca di un lavoro. In un altro centro che si trova nel Sud della Sardegna alcuni ospiti hanno riferito di lavorare nelle fabbriche nelle zone limitrofe al campo con contratti solo parzialmente regolari o in modalità del tutto informali, vista l’assenza per molti di un regolare documento di soggiorno. Più in generale, ad accomunare molte storie di migranti che vivono in Sardegna, c’è il fatto che molti richiedenti, una volta ottenuto il primo permesso di soggiorno, lasciano i centri per andare a lavorare in altre città, muovendosi con i caporali, italiani, ma anche stranieri, perdendo così il diritto all’accoglienza, ma in molti casi rinunciando anche alla stessa domanda d’asilo.