Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano

22 GENNAIO 2026

Ultimo aggiornamento: 10:44

Alle 7 del mattino è iniziata l’ennesima operazione di sgombero degli ex magazzini del Porto Vecchio di Trieste, edifici fatiscenti in cui trovano riparo i richiedenti asilo che non riescono ad avere accesso all’accoglienza. Da quell’ora è in corso lo screening per verificare la posizione amministrativa delle persone per inserirle “nel sistema dell’accoglienza e trasferirli in altri centri del territorio nazionale”, come riporta una nota diffusa dalla Questura, che coordina le operazioni alle quali prendono parte Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri, Guardia di Finanza, Vigili del Fuoco e Polizia Locale con il supporto di contingenti di rinforzo. A quanto riferito al Fatto da fonti informate, però, i trasferiti dovrebbero essere solo cento, cifra che secondo operatori e volontari delle associazioni attive in città lascia scoperte almeno altrettante persone attualmente senza accoglienza nonostante la manifesta volontà di richiedere asilo e il diritto che immediatamente ne consegue. Un copione già visto, l’unico che la città sembra avere a disposizione.

Tanto che i volontari presenti stamattina per monitorare la situazione si domandano se la logica risponda all’esigenza di ripristinare la legalità nel rispetto dei diritti dei richiedenti o più semplicemente all’esigenza di sgomberare gli edifici più immediatamente interessati dai cantieri che la trasformazione dell’area vicina al centro cittadino. L’operazione di sgombero, hanno riferito le autorità, è stata decisa sulla base delle determinazioni assunte in sede di Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica e ha per oggetto un edificio in particolare, il n.4. Gli altri, compreso quello dove si è sentito male Sunil Tamang, il 43enne nepalese morto il 13 gennaio all’ospedale di Cattinara. Al termine delle attività, è stato annunciato che l’edificio sarà bonificato e sigillato al fine di ripristinare le condizioni di sicurezza e igienico-sanitarie, anche in considerazione delle temperature rigide invernali per ripararsi dalle quali vengono spesso accesi piccoli falò che in alcuni casi hanno causato incendi.