L'algerino che ha sfregiato una ragazza solo l'ultimo caso nella Milano progressista dove i clandestini hanno la «mattitudine»
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Diranno che è matto anche l’algerino che ha accoltellato alla fermata della metropolitana Duomo di Milano una ragazza di 23 anni solo perché lei lo aveva guardato negli occhi. Le ha gridato che era islamico e non tollerava di essere fissato da una donna. Poi le ha dato la sua lezione di mascolinità araba: un pugno sulla faccia e una coltellata, dall’angolo della bocca all’orecchio, davanti alla folla che attendeva il treno della sera e guardava sgomenta.
La ragazza resterà sfregiata a vita, ma almeno saprà di che pasta sono fatti certi musulmani. Sul pavimento del mezzanino del metrò, accanto alle cicche di sigaretta, giovedì sera c’erano una camicia bianca arrotolata malamente, un fazzoletto per tamponare le ferite e un panetto di ghiaccio che qualche anima pia avrà recuperato alla rinfusa sperando di congelare l’orrore di quel momento. Poi sangue, un mucchio di sangue, colato sul pavimento e scomposto nei mille anfratti di uno strano disegno geometrico. Radicalismo islamico, si chiama. Che impone di schiacciare le donne appena vengono al mondo.
Benvenuti nella Milano progressista che va in piazza contro la remigrazione di Salvini e guarda disgustata certe politiche del governo tacciandole di estremismo e di fascisteria di ritorno. Se l'intuito non mi inganna spunterà presto un avvocatino di strada ad accampare la tesi che il soggetto in questione – peraltro arrestato la mattina all’alba per aver distrutto qualche auto sul corso Buenos Aires e subito rilasciato - non stava bene, era irregolare, un fantasma in cerca di identità che nessuno ha aiutato. E dunque, perizia psichiatrica, compatimento, la follia che mette tranquilli tutti e riduce di parecchio la pena.












