A quattordici anni Alessandro Magno non domò un cavallo. Ne osservò lo sguardo. Plutarco racconta che a Filippo di Macedonia venne offerto quel gigantesco animale chiamato Bucefalo, ma nessuno riusciva a montarlo. Il re lo giudicò inutile. Il figlio, invece, si accorse di un dettaglio che agli adulti era sfuggito: il cavallo aveva paura della propria ombra. Lo girò verso il sole, si tolse il mantello per non spaventarlo e solo allora gli salì in groppa. Da quel momento Bucefalo accompagnò il "Re conquistatore" fino ai confini del mondo allora conosciuto. Ma prima della cavalcata ci fu l'osservazione. Prima del comando, l'ascolto.
Questa è una preziosa lezione per la Giornata mondiale del cavallo, che si celebra oggi. Le ricorrenze dedicate agli animali nascono per celebrarli e proteggerli, ma finiscono quasi sempre per raccontare il nostro bisogno di sentirci migliori. Diventa una festa molto umana anche quando il festeggiato appartiene a un'altra specie.Il cavallo lo sa da millenni. Prima ha trainato i nostri carri, poi i nostri eserciti, oggi alimenta lo spettacolo dello sport o il folklore di tradizioni che definiscono intoccabili. Continuiamo a ripetere che lo amiamo. Ma raramente ci chiediamo: il cavallo ama quello che gli facciamo fare? È la differenza, sottile ma decisiva, tra amare qualcuno e amare ciò che quel qualcuno fa per noi, per il nostro piacere.






