Come sempre accade, alla fine la vera discriminante è la politica estera e di difesa. Ossia come stare nello scenario internazionale, dentro quali alleanze e con quali risorse per tutelare anche sul piano militare la sicurezza nazionale. La differenza è che in passato la linea nella sabbia divideva una maggioranza e un’opposizione abbastanza omogenee al loro interno. Il centrismo prima, il centrosinistra poi e anche la solidarietà nazionale poggiavano sull’adesione al sistema occidentale. L’opposizione, fino a una certa stagione, guardava ad altri modelli, rifiutava la Nato e la Comunità europea, si ispirava ai regimi dell’Est. In seguito il Pci conosce l’evoluzione che lo porta a riconoscersi nello schema occidentale. Come disse nel 1976 Enrico Berlinguer a Giampaolo Pansa, “ci sentiamo più sicuri sotto l’ombrello atlantico”.
Ora questa distinzione è venuta meno. La frattura sulla politica estera passa attraverso le coalizioni, le taglia al loro interno. A destra c’è il filo-putinismo oggi in apparenza edulcorato di Salvini. Rimane comunque l’incongruenza di un vice presidente del Consiglio collegato all’estrema destra europea e che qualche anno fa girava indossando una maglietta con la faccia dell’autocrate del Cremlino. Lo stesso Salvini che anche adesso non perde occasione per mostrare disprezzo verso gli ucraini. Il peggio è che alle porte della maggioranza bussa — finora senza successo — l’ormai famoso Vannacci, la cui fedeltà ai russi è inquietante.







