Il divario nord-sud nella sanità italiana è sempre più esteso. È quanto emerge dall’ultimo monitoraggio dei Livelli essenziali di assistenza, effettuato ogni anno dal ministero della Salute, che vede le regioni meridionali in fondo alla classifica. I Lea sono le prestazioni che il Servizio sanitario nazionale è tenuto a fornire ai cittadini per garantire che il diritto di cura sia omogeneo in tutta la penisola. Il monitoraggio assegna un punteggio da 0 a 100 per la prevenzione, l’assistenza distrettuale e l’assistenza ospedaliera. Sul podio relativo al 2024 ci sono Veneto, Emilia-Romagna e Toscana, seguite da Piemonte, provincia autonoma di Trento e Lombardia. In fondo Calabria, Molise, Sicilia e Basilicata. Gravi le carenze della prevenzione in Sicilia (49 punti) e dell’assistenza distrettuale in Calabria (52), le uniche voci sotto la sufficienza insieme alla prevenzione nella provincia di Bolzano (59).

NEL MONITORAGGIO dello scorso anno i punteggi erano in generale peggiori, con 12 voci insufficienti, ma le pagelle delle regioni settentrionali sono in media migliorate di più rispetto alle regioni meridionali. D’altronde l’Istat ha certificato che il finanziamento pro capite alla sanità pubblica è più alto nelle regioni del nord. Quelle con il sostegno maggiore sono l’Emilia-Romagna con 2.298 euro e la Liguria con 2.261 euro, mentre i valori più bassi sono in Campania (1.994 euro) e Sicilia (2.035 euro). Il divario è destinato ad aumentare a causa dei continui tagli, che negli ultimi tre anni secondo Gimbe hanno superato i 13 miliardi in termini reali rispetto al Pil, al contrario di quanto afferma la propaganda del governo Meloni. L’unica spesa sanitaria in aumento è quella per i medici gettonisti, che avrebbero dovuto essere rimossi dagli ospedali italiani e invece restano ancora in oltre la metà delle strutture. Nel biennio 2024/25 sono costati oltre un miliardo secondo l’Autorità nazionale anticorruzione, che a fine giugno ha pubblicato un corposo rapporto.