Alex Wright, saggista e designer statunitense specializzato in media e informazione nell’era informatica, si è già occupato della preistoria del world wide web scrivendo nel 2014 la biografia di Paul Otlet, bibliografo belga che mise a punto con Henri La Fontaine il sistema di Classificazione Decimale Universale e realizzò il progetto utopico denominato Mundaneum: considerato un Google cartaceo, consisteva in una biblioteca universale capace di rispondere a qualsiasi domanda scientifica, collegandosi a una banca dati centralizzata.

Nel 2026 Wright torna all’analisi delle origini dell’informazione pubblicando per la casa editrice Hachette Empire of Ink ovvero la storia dei giornali americani a partire da quella dei suoi protagonisti: tipografi, furfanti e radicali, come recita il sottotitolo del saggio. Nel testo Wrigth indagando i fatti, le vite e le invenzioni della stagione di Morse, Bell, Edison e Hoe (che mise a punto la rotativa), apre uno scorcio dall’allure steampunk sulla poco conosciuta vicenda delle tipografie americane e della stampa nella seconda metà dell’Ottocento, con un racconto molto cinematografico di lotte sindacali (l’International Typographical Union, fondata nel 1852, era una delle organizzazioni dei lavoratori più potenti della nazione), innovazioni tecnologiche, gare di composizione tipografica, emancipazione femminile; al termine della Guerra Civile la quota di donne tipografe in Nord America, pur recependo compensi che erano la metà o un quarto di quelli dei colleghi maschi, passò a rappresentare dal 4% al 10% dei lavoratori del settore. Queste lavoratrici erano anche abili, e discriminate, concorrenti nelle spettacolari gare tipografiche dove si poteva arrivare a vincere premi corrispondenti a mezzo anni di salario medio previsto nel settore. Questo almeno prima che nel 1886 la Linotype, istallata per la prima volta al New York Tribune, rivoluzionasse la composizione tipografica e il giornalismo.