Nel dicembre del 1990 il World Wide Web andò online per la prima volta, ospitato su un unico cubo nero di magnesio nel laboratorio di fisica più famoso d’Europa. Non fu il frutto di un grande programma di ricerca né di investimenti miliardari, ma di un problema pratico — la memoria istituzionale che si disperde — e di un computer fuori dal comune. La storia di come Tim Berners-Lee costruì l’architettura del web in pochi mesi è anche la storia di un’occasione che nessuno seppe riconoscere in tempo.Indice degli argomenti

Il problema della conoscenza al CERN e l’idea di Tim Berners-LeeDal cassetto al NeXT Cube: come la proposta prese vitaTra ottobre e dicembre: nascono HTTP, HTML e il primo browserIl primo sito web e le tre invenzioni invisibiliLo scetticismo universale: nessuno credeva nel webInternet e il web non sono la stessa cosa: i progetti rivali del 1990L’occasione mancata di NeXT: la rivoluzione che nessuno vide arrivareIl problema della conoscenza al CERN e l’idea di Tim Berners-LeePochi mesi dopo, nell’ottobre del 1990, dall’altra parte della Svizzera lo scienziato Tim Berners-Lee cambiava ufficio. Era un ingegnere informatico in visita al CERN, il prestigioso laboratorio di fisica al confine tra Svizzera e Francia. Mentre trascinava i suoi effetti personali lungo il corridoio, notò il linoleum grigio pallido che distingueva quel piano da quello sotto, rosso, e da quello sopra, giallo.Il CERN aveva un problema: impiegava migliaia di scienziati provenienti da oltre cento paesi, molti dei quali con incarichi temporanei. Ogni volta che qualcuno se ne andava portava via con sé conoscenze fondamentali. Altre informazioni erano sigillate in silos incompatibili tra loro, e i dettagli più cruciali esistevano quasi sempre solo nei file personali o nella memoria di qualcuno. Tim voleva risolvere il problema. Dieci anni prima aveva creato un programma chiamato Enquire, ispirato a un libro vittoriano di consigli che prometteva di avere risposte a tutto. Ma Enquire, come ogni soluzione basata su database, richiedeva dati centralizzati, e i flussi informativi del CERN non funzionavano in questo modo. Serviva qualcosa che assomigliasse alla memoria umana, dove ogni singola informazione potesse collegarsi a tutte le altre, senza autorizzazioni o controllo centrale. «Il sistema di cui abbiamo bisogno è come un diagramma a cerchi e frecce», scriveva Tim, «dove cerchi e frecce possono rappresentare qualsiasi cosa».Nella proposta del marzo 1989 lo chiamò «Mesh». L’anno seguente il nome diventò World Wide Web.Dal cassetto al NeXT Cube: come la proposta prese vitaLa proposta di Tim rimase su un tavolo a prendere polvere per diciotto mesi. Tim aveva caldeggiato l’acquisto di un Cube NeXT da parte del CERN, attratto dal suo ambiente di sviluppo avanzato. Il suo capo, Mike Sendall, aveva approvato il progetto senza dare troppo nell’occhio, come pretesto per testare il Cube. «Mi disse di acquistare una di quelle macchine NeXT di cui parlavo con tanto entusiasmo», racconterà Tim a Fresh Air. «E se ci serviva una sorta di progetto pilota da far girare sulla macchina NeXT […] “perché non usare proprio questa cosa dell’ipertesto di cui parli?”».Nell’autunno del 1990 Tim ricevette una macchina diversa da tutte le altre in uso al CERN: l’ultima versione aggiornata del NeXT Cube, uscita insieme alla NeXTstation quella stessa estate. Dopo averla tolta dalla scatola la appoggiò sulla scrivania: sembrava una scultura, esteticamente perfetta in quel suo nero opaco. La usò subito, sfruttando lo strumento di creazione di applicazioni e la capacità del sistema di mostrare testo formattato e immagini esattamente come sarebbero apparsi nel software finale con un lavoro di programmazione minimo – fondamentale per creare il primo browser grafico. Ma la vera magia era la programmazione orientata agli oggetti di NeXT. Mentre altri sviluppatori nei suoi panni avrebbero dovuto costruire tutto da zero, il Cube gli consentiva di concentrarsi solo sulla sua innovazione. «In un paio di mesi posso fare quello che su altre piattaforme richiederebbe quasi un anno», scriveva, «perché sul NeXT molte cose sono già state preparate per me».Tra ottobre e dicembre: nascono HTTP, HTML e il primo browserTra ottobre e novembre programmò in Objective-C nel suo ufficio dal pavimento grigio. Prima del suo progetto, accedere a file su computer remoti era un processo macchinoso e in più fasi: bisognava conoscere l’indirizzo esatto della macchina, collegarsi con un software apposito e digitare una serie di comandi per localizzare ciò che si stava cercando; bastava premere un tasto sbagliato e si bloccava tutto. Il sistema visivo di NeXT gli permetteva invece di nascondere completamente questi indirizzi: per creare un collegamento ipertestuale (il testo blu cliccabile destinato a diventare la cifra caratteristica del web) l’utente navigava fino a trovare qualcosa di interessante, premeva Command-M, selezionava il testo nel documento e premeva Command-L. Il sistema memorizzava e gestiva in maniera invisibile tutti quei complicati indirizzi. La riga di comando cedeva il passo al puntamento e al clic, trasformando Internet da strumento per specialisti a qualcosa utilizzabile anche dalla nonna.Il NeXT includeva anche software integrato per modificare testi con font e stili, capacità che molti computer offriranno solo molti anni dopo. I programmatori che utilizzavano altri sistemi dovevano programmare ogni elemento visivo da zero; a Tim invece bastò solo adattare gli strumenti esistenti per gestire collegamenti cliccabili e connessioni di rete. «Progettare i menu dell’applicazione è un gioco da ragazzi: basta trascinare e rilasciare con Interface Builder», spiegò.Secondo Tim il NeXT era più di un computer: era «una piattaforma: qualcosa che permetteva di costruire cose che senza sarebbe sì stato possibile costruire, ma con grande fatica».Il primo sito web e le tre invenzioni invisibiliPoiché i computer NeXT superavano il budget della maggior parte dei fisici, Tim incoraggiò la stagista Nicola Pellow a creare un «browser in modalità testuale» eseguibile su qualsiasi macchina. Realizzò anche un gateway per accedere al database della rubrica telefonica del CERN. «Per quanto semplice fosse», scriverà più tardi nel libro L’architettura del nuovo Web, «questa prima versione del Web si rivelò in un certo senso una killer app». Sotto l’interfaccia elegante Tim stava gettando le fondamenta di un nuovo universo: l’HTTP, il protocollo che permette ai computer di richiedere e fornire pagine web; l’HTML, il linguaggio che struttura miliardi di documenti con titoli, paragrafi e quei rivoluzionari collegamenti cliccabili; e il software server che distribuisce queste informazioni a chiunque le richieda. Tre invenzioni oggi invisibili ai miliardi di persone che le usano ogni giorno, essenziali e inosservate come l’impianto idraulico di una casa, ma destinate a diventare l’architettura fondamentale del web.A dicembre info.cern.ch andò online. Il World Wide Web era nato, e girava su un unico cubo nero di magnesio nell’edificio n. 31 del CERN. Sulla scocca del Cube Tim scrisse un avvertimento con un pennarello rosso: «Questa macchina è un server. NON SPEGNERLA!!». Se qualcuno avesse disobbedito, l’intero World Wide Web sarebbe scomparso da Internet finché Tim non avesse riavviato la macchina.Lo scetticismo universale: nessuno credeva nel webTim era certo che il suo progetto fosse un vero salto di qualità, ma non tutti ne erano convinti. «Non trovo molte persone pronte a entusiasmarsi per il web», ricorderà. «Mi chiedono, ed è comprensibile, quale sia realmente la novità.»Lo scetticismo era profondo, perfino in NeXT. Un collega del CERN si presentò alla sede centrale di NeXT per fare una dimostrazione del World Wide Web, senza tuttavia suscitare l’interesse di nessuno. Erano troppo occupati per prestare attenzione a quell’interfaccia rudimentale, che per di più non era nemmeno in grado di dimostrare il suo vero punto di forza. Senza una connessione funzionante ai server del CERN a Ginevra (nel 1990 i collegamenti Internet internazionali erano ancora rari e instabili), i presenti non poterono vedere che bastava un semplice clic per recuperare all’istante un documento dall’altra parte dell’Atlantico. Nessuno di loro osò mostrarlo a Steve, temendo che lo definisse «robaccia».Internet e il web non sono la stessa cosa: i progetti rivali del 1990Per comprendere i legittimi dubbi, bisogna sapere che Internet e il World Wide Web non sono la stessa cosa. Internet è l’infrastruttura di rete sottostante: cavi, router, server e protocolli che collegano i computer nel mondo. Il web è solo un’applicazione che ci gira sopra, un sistema per condividere e collegare documenti tramite link cliccabili. Nel 1990 esistevano molti sistemi concorrenti per navigare e organizzare informazioni online, tra cui la posta elettronica, l’FTP per il trasferimento di file e altri sistemi di recupero dati. Il web di Tim non era ancora diventato lo standard e progetti come Gopher, sviluppato dall’Università del Minnesota, si contendevano lo stesso spazio.Anche NeXT stava sviluppando una connettività Internet automatica per gli utenti, con tanto di modem, registrazione IP e persino fatturazione. Ma Steve aveva stroncato quel progetto. «Diverse persone gli avevano detto che ci sarebbero stati problemi nel collegarsi a Internet e che, quando ciò fosse avvenuto, non avremmo potuto essere d’aiuto», ricorderà l’ingegnere che aveva valutato il prototipo. Se NeXT avesse venduto ai consumatori una macchina connessa a Internet e qualcosa fosse andato storto (un server fuori uso in Europa, un cavo tranciato nelle profondità dell’Atlantico) i clienti avrebbero chiamato NeXT per avere assistenza. Ma NeXT non poteva risolvere problemi causati da un’infrastruttura che non controllava.L’occasione mancata di NeXT: la rivoluzione che nessuno vide arrivareIl cerchio stava per chiudersi. NeXT aveva costruito la macchina su cui era nato il web e disponeva dell’ambiente di sviluppo che lo avrebbe reso possibile. Eppure si lasciò scappare quella che sarebbe stata una vera e propria rivoluzione. Mentre l’invenzione di Tim Berners-Lee si diffondeva da un singolo NeXT Cube a milioni di schermi nel mondo, Steve era già passato ad altre battaglie. Nessuno – né Steve né Tim né chiunque altro in NeXT – poteva prevedere che quella rudimentale interfaccia per condividere articoli di fisica avrebbe cambiato per sempre il volto alla civiltà umana.Copyright © 2026 by Geoffrey Cain