Nato nel 1899 a Buenos Aires in una famiglia animata da idee e parole, Jorge Luis Borges era un esploratore di nuovi mondi concettuali di possibilità. Il suo primo universo fu la biblioteca paterna, contenente migliaia di volumi in spagnolo e in inglese, che gli permisero di vagabondare tra le avventure piratesche di Stevenson, le visioni celesti di Dante, i veli della filosofia di Schopenhauer e le lucenti nevi delle saghe nordiche. Prima ancora di poter esplorare fino in fondo la mappa della sua città, attraversò interi continenti del pensiero.
Negli anni della sua formazione, Borges imparò che la geografia della mente poteva essere reale e sterminata e che la letteratura era un universo che consentiva di costruire nuovi mondi.
Sin dall’inizio, Borges architettò miniature, scrivendo storie brevi come il baluginio di una stella cadente, in grado però di contenere intere galassie. Il suo racconto breve La biblioteca di Babele, per esempio, immaginava una biblioteca smisurata sui cui scaffali potevano trovare spazio tutti i libri possibili, tutte le storie mai raccontate e quelle che ancora non erano state scritte.
Nel 1940, Borges pubblicò il mio preferito tra i suoi racconti, Tlön, Uqbar, Orbis Tertius, che si presenta come un semplice aneddoto accademico: Borges, scrivendo in prima persona, ricostruisce una conversazione avuta con un amico che gli ha parlato di una strana voce enciclopedica su un luogo chiamato Uqbar, introvabile su qualunque mappa. Il mistero si infittisce quando i due in cappano in una serie di volumi di un’altra enciclopedia, dedicata interamente a un argomento ancor più misterioso e meno noto: il mondo di Tlön.






