C’è un’enfasi tutta politica nelle valutazioni che accompagnano l’inchiesta sullo spionaggio russo in Italia, quasi che il nostro Paese fosse il fianco debole dell’Alleanza impegnata nella difesa dell’Ucraina. Che, proprio martedì, ha ricevuto una nuova spinta dal vertice Nato di Ankara, con la conferma, di Trump, che gli Stati Uniti continueranno a impegnarsi al fianco dei membri europei dell’organizzazione. La sproporzione è evidente se si considera il peso del principale imputato italiano, come fonte, rispetto all’importanza delle informazioni richieste e in parte trasmesse ai russi. I quali dovevano aver trovato un buon canale, se dopo l’espulsione dei loro funzionari li avevano rimpiazzati con altri, incaricati di riattivare le comunicazioni con l’Italia. Sembrerebbe che nel nostro Paese sia più facile che altrove ottenere informazioni riservate, che riguardano la rete, non solo nazionale, coperta da un livello di segreto che dovrebbe essere impenetrabile. Oppure, si vedrà nei prossimi giorni o settimane, se non si sia trattato, come altre volte in passato, di materiale meno importante di quel che sembrava. Arrivare a definire un quadro preciso, visti i confini entro i quali ci si muove, non sarà facile. È però necessario. Perché il dubbio è che l’insistenza del governo sulla gravità dell’accaduto possa servire ad acuire la difficoltà dei rapporti tra Italia e Russia, giunta a livelli molto alti, non solo per la durezza delle prese di posizione di Putin e del suo ministro degli Esteri Lavrov nei confronti delle autorità italiane, a cominciare da Mattarella. Ma anche per spingere a venire allo scoperto il “partito trasversale putiniano”, a cui anche nella recente uscita napoletana del Campo largo ha dato voce Conte. Un modo per rendere più complicata la costruzione dell’alleanza di centrosinistra, che ha nella politica estera - e in particolare negli aiuti all’Ucraina e nel conflitto con la Russia - il maggior elemento di inconciliabilità nella coalizione. Che su questo terreno continua a essere divisa, e a sperare che sia la situazione esterna (una tregua di cui non si vede l’ombra), più di quella interna, a rendere possibile l’intesa tra Pd e alleati. Ma quand’anche si trovasse l’accordo, resterebbe da scegliere se affidare la guida della coalizione a Schlein o a Conte.
Minacce russe fattore Conte e campo largo
C’è un’enfasi tutta politica nelle valutazioni che accompagnano l’inchiesta sullo spionaggio russo in Italia, quasi che il nostro Paese fosse il fianco debole dell’Alleanza impegnata nella difesa dell’Ucraina. Che, proprio martedì, ha ricevuto una nuova spinta dal vertice Nato di Ankara, con la conferma, di Trump, che gli Stati Uniti continueranno a impegnarsi al fianco dei membri europei dell’organizzazione. La sproporzione è evidente se si considera il peso del principale imputato italiano, come fonte, rispetto all’importanza delle informazioni richieste e in parte trasmesse ai russi. I quali dovevano aver trovato un buon canale, se dopo l’espulsione dei loro funzionari li avevano rimpiazzati con altri, incaricati di riattivare le comunicazioni con l’Italia. Sembrerebbe che nel nostro Paese sia più facile che altrove ottenere informazioni riservate, che riguardano la rete, non solo nazionale, coperta da un livello di segreto che dovrebbe essere impenetrabile. Oppure, si vedrà nei prossimi giorni o settimane, se non si sia trattato, come altre volte in passato, di materiale meno importante di quel che sembrava. Arrivare a definire un quadro preciso, visti i confini entro i quali ci si muove, non sarà facile. È però necessario. Perché il dubbio è che l’insistenza del governo sulla gravità dell’accaduto possa servire ad acuire la difficoltà dei rapporti tra Italia e Russia, giunta a livelli molto alti, non solo per la durezza delle prese di posizione di Putin e del suo ministro degli Esteri Lavrov nei confronti delle autorità italiane, a cominciare da Mattarella. Ma anche per spingere a venire allo scoperto il “partito trasversale putiniano”, a cui anche nella recente uscita napoletana del Campo largo ha dato voce Conte. Un modo per rendere più complicata la costruzione dell’alleanza di centrosinistra, che ha nella politica estera - e in particolare negli aiuti all’Ucraina e nel conflitto con la Russia - il maggior elemento di inconciliabilità nella coalizione. Che su questo terreno continua a essere divisa, e a sperare che sia la situazione esterna (una tregua di cui non si vede l’ombra), più di quella interna, a rendere possibile l’intesa tra Pd e alleati. Ma quand’anche si trovasse l’accordo, resterebbe da scegliere se affidare la guida della coalizione a Schlein o a Conte.












