La copertina di questa settimana nasce dal reportage di Federica Bianchi, che ci porta nello Xinjiang, una delle nuove frontiere della potenza cinese. Là dove fino a pochi anni fa c’erano territori periferici, oggi si estendono orizzonti sconfinati di pannelli fotovoltaici, distese di pale eoliche, campi di specchi che catturano il sole per produrre energia termica e, poco più in là, le trivelle del petrolio continuano a pompare greggio. Un paesaggio che racconta meglio di qualsiasi statistica la strategia di Pechino e che ci induce a pensare che la Cina non stia costruendo un mondo più verde bensì un mondo nel quale vuole essere il centro dell’energia globale.Sono i numeri a parlare e a dirci perché. Oltre mille gigawatt di capacità fotovoltaica installata, una crescita senza precedenti di eolico e solare, il più grande impianto di produzione energetica al mondo come la Diga delle Tre Gole sul fiume Yangtze, investimenti enormi nelle reti ad altissima tensione, nell’accumulo energetico e nelle nuove tecnologie. Oggi oltre il 60 per cento della capacità elettrica installata cinese proviene da fonti pulite, comprendendo rinnovabili, idroelettrico e nucleare, conseguenza di una trasformazione industriale che non ha eguali nella storia contemporanea.L’errore che possiamo commettere è interpretare questa rivoluzione come una conversione ecologista. Non è così. La leadership cinese considera l’energia la materia prima decisiva della nuova economia digitale, dell’intelligenza artificiale, dei data center, della manifattura avanzata e della competizione geopolitica del XXI secolo. Chi controllerà le tecnologie energetiche controllerà una parte decisiva della crescita mondiale.Per anni abbiamo raccontato la transizione energetica come una grande questione ambientale, oggi la prospettiva cambia. In tutto il mondo infatti l’approvvigionamento energetico ha risvolti che coinvolgono indipendenza, sovranità, dominio tecnologico e conseguentemente anche sicurezza nazionale e l’impressione è che su questo terreno la Cina stia vincendo la partita.Ma sarebbe un errore consolatorio ridurre tutto questo a un primato tecnico. Eugenio Occorsio, nella sua inchiesta, ci ricorda che l’economia cinese è cresciuta del cinque per cento nel primo trimestre del 2026, accelerando oltre ogni previsione, sorretta da esportazioni che non si fermano nemmeno sotto il peso dei dazi. La Cina corre verso le rinnovabili perché ha capito, prima e meglio di tutti, che l’energia è il nuovo petrolio della crescita digitale. Chi controlla la produzione, i brevetti, le tecnologie di accumulo – chi fabbrica le batterie, i moduli fotovoltaici, le turbine – controlla il futuro dell’economia mondiale.E l’Europa? Siamo lo spettatore più attrezzato culturalmente e più disarmato politicamente di questa partita. Non abbiamo i deserti dello Xinjiang né la pianificazione autoritaria di Pechino e neppure i giacimenti petroliferi texani di Washington. Abbiamo però qualcosa che continuiamo inspiegabilmente a non usare come leva strategica: la consapevolezza che le rinnovabili non sono solo uno strumento per salvare il Pianeta, ma possono diventare la forma più concreta di sovranità energetica che uno Stato democratico possa costruire. Il sole e il vento non si importano, non si sanzionano, non si negoziano con un autocrate. Sono nostri, se decidiamo di prenderli.