La triste piazzetta di Napoli ha segnato un decisivo passo avanti per Giuseppe Conte. Il cui segno sul messaggio del campo largo è ormai inscalfibile come quello di Zorro quando lascia la “Z” al suo passaggio.

Forse Elly Schlein non condivide in pieno il putinismo dell’avvocato («La Russia non è un problema ») ma stando sempre zitta non lo ostacola. E il silenzio a volte vale più di mille discorsi. Non vuole, la leader dem, litigare con l’alleato principale ma così vanifica il suo ruolo.

Il risultato è che Conte guida, il Pd monta i palchi, porta le sedie, attacca i manifesti, mentre dovrebbe dire qualcosa, qualcosa di “nazionale”, sfidando i messaggi populisti, rizzando la schiena al passaggio dei corifei demagoghi, rendendosi credibili come forza di governo. Così viene da chiedersi perché, con un piattaforma “contiana”, non si debba proprio scegliere Conte come candidato premier. Sarebbe logico.

Per questo la segretaria del Pd, assecondando l’egemonia del capo del M5S, si dà la zappa sui piedi. Se continua così, lei non avrà un profilo marcato. Lui invece sì. E ha già più appeal di lei. Questa situazione è catastrofica per tutto il partito.

Lorenzo Guerini, ex ministro della Difesa e presidente del Copasir, riformista dem, ha dato un giudizio positivo sul vertice Nato di Ankara («Viste le premesse possiamo tirare un sospiro di sollievo»). In effetti, si sono confermati gli aiuti all’Ucraina e si è rafforzato l’impegno per una nuova Nato a maggiore trazione europea.