Le ultime immagini dei radar di tracciamento raccontano di un nuovo blocco delle navigazione, o quasi. Lunedì avevano attraversato lo stretto di Hormuz trentasei fra cargo e petroliere, martedì quarantuno, ieri se ne contavano una manciata, fra cui due navi iraniane che rientravano vuote verso i porti del regime. Che le cose si sarebbero messe male a Teheran lo sapevano: in una sola notte prima dei nuovi bombardamenti americani, dal terminal di Kharg sono partiti dieci milioni di barili di greggio. Secondo le stime di alcuni analisti ci sono in viaggio oltre sessanta milioni di barili iraniani, a dimostrazione del fatto che i raid americani sono anzitutto un regalo al nemico. Il prezzo del petrolio fin qui si è mosso poco: un barile di qualità Brent ieri è salito per la terza volta in tre giorni ma oscillava comunque attorno ai 73 dollari, poco al di sopra dei prezzi dei giorni precedenti, ma questo non significa che non saliranno.
Non solo: nel frattempo ieri i contratti futures sugli acquisti di gas al mercato di Amsterdam per il mese di agosto hanno superato i cinquanta dollari il terawatt l’ora, una soglia che non si vedeva dal sette aprile. Il perché è abbastanza semplice: prima dell’inizio del confitto, da Hormuz transitava il venti per cento dell’intera produzione mondiale di metano liquefatto, e le conseguenze dei danni alle infrastrutture sono state gravissime. «Perché invece non sia ancora schizzato il prezzo del petrolio è inspiegabile», dice Davide Tabarelli di Nomisma Energia. «Ormai da cinque mesi mesi al mercato mondiale mancano cinque milioni di barili al giorno, più dell’intera produzione del solo Iraq». Alcune ipotesi le si possono formulare. La più fantasiosa - anche se accreditata da analisti che chiedono di non essere citati - è che dalla Casa Bianca sia stato dato mandato di trovare soluzioni per contenere i picchi: più aumenta il costo del barile e del gallone ai distributori americani, più aumentano le probabilità di una scoppola alle elezioni di Midterm a novembre per Trump.









