Il governo sapeva da tempo. E sa, ancora, che non è finita, perché la rete dello spionaggio russo potrebbe essere estesa ovunque, come aveva avvertito, appena tre giorni fa, il ministro della Difesa Guido Crosetto a margine del vertice Nato di Ankara.

L’intelligence è già sulle tracce degli altri contatti, russi e non solo, uomini e donne che, sotto la copertura di diverse cittadinanze, lavorano al soldo di Mosca. Il sospetto, come un veleno, sta inquinando i canali diplomatici rimasti aperti tra l’Italia e la Russia, portando la frattura a un punto molto critico. Dopo l’espulsione dei due addetti militari, Ivan Petrovich Gorbachev e Mikhail Vasilyevich Astakhov, obbligati a lasciare l’Italia entro le prossime 48 ore, il ministero degli Esteri ha convocato l’ambasciatore Aleksej Paramonov. Non è la prima volta. In questo caso però non si tratta di censurare dichiarazioni lesive delle istituzioni italiane, come avvenuto quando il diplomatico si scagliò contro un discorso del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Questa volta nelle carte dell’inchiesta di Roma ci sono prove evidenti di atti di spionaggio, una rete di corruzione che aveva la propria cabina di regia all’ambasciata della Federazione Russa in Italia, controllata da uno degli uomini più vicini a Paramanov.