di Micol Sarfatti

Gli autori con una doppia professione sono tanti: qualcuno lo ha fatto per sopravvivere, altri per passione. In Italia scrittrici che sono anche medici o insegnanti dominano premi e classifiche. Come si concilia la doppia vita tra creatività e orari di ufficio? Sveglia alle 5 e disciplina

«Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono». Così scriveva Primo Levi ne La chiave a Stella (Einaudi), romanzo Premio Strega 1979, che, attraverso le avventure di Tino Faussone indaga il valore del lavoro nella vita dell’uomo. Amare quello che si fa è un’idea di quasi paradiso per pochi, tra questi ci sono privilegiati per cui i mestieri appassionanti possono essere addirittura due. Lo sapeva bene pure Primo Levi, chimico e scrittore. Decise di aprire il suo talento nella parola dopo l’esperienza della deportazione nella Seconda Guerra Mondiale, pubblicando capolavori come Se questo è un uomo, La tregua, I sommersi e salvati, ma non abbandonò, se non per un breve periodo, il suo “altro” mestiere.