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Ultimo aggiornamento: 7:55

Due volumetti pubblicati di recente da due importanti attori italiani mi spingono a trattare un argomento che mi appassiona da tempo: l’attore-che-scrive, nozione non del tutto sovrapponibile a quella di attore-autore. Nonostante un luogo comune duro a morire, che li vorrebbe per lo più inconsapevoli e illetterati, gli attori (non tutti ovviamente), pensano e scrivono parecchio. In realtà, l’hanno sempre fatto, fin dagli albori del professionismo.

La “divina” Isabella Andreini, forse la nostra attrice più grande prima della Duse, nella sua breve vita (1562-1604) fu drammaturga e poetessa capace di rivaleggiare con i maggiori poeti dell’epoca. E per molto tempo i comici dell’Arte furono più preoccupati a legittimarsi come letterati che come attori, nel tentativo di nobilitare il nuovo mestiere. A riprova, non solo la drammaturgia ma anche la trattatistica li vede protagonisti fra ‘500 e ‘600.

A partire dal ‘700, le preoccupazioni letterarie degli attori cominciano a cambiare. Ottenuto ormai il riconoscimento sociale, essi sentono il bisogno di rivolgersi ad una cerchia più ampia di lettori, offrendo un’immagine più o meno idealizzata di sé e della propria carriera. Nasce il genere dell’autobiografia, che conosce la sua età d’oro nell’800, quando ormai quasi più nessun attore, compresi quelli di secondo piano, resiste alla tentazione di scriverne una. E’ per questo che fece tanto rumore il rifiuto della grande Eleonora.