Spritz
Mario Alberto Marchi
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Il Veneto trattiene solo il 5% della pioggia che riceve. Il resto scorre a mare, e questo numero — più delle portate di giornata e degli idrometri sotto zero — aiuta a spiegare perché ogni estate l’emergenza tende a ripresentarsi. La siccità del 2026 ha una parte congiunturale, il cielo asciutto da mesi, e una parte che con il meteo non c’entra. È strutturale, e ha un nome tecnico: servono più invasi. Senza vasche capaci di immagazzinare l’acqua nei mesi umidi, la pioggia che cade in abbondanza a inizio giugno defluisce in mare nel giro di giorni, e a luglio non ne resta nulla. Lo ha ricordato il presidente di Anbi Veneto, Alex Vantini: il piano di risparmio idrico prevedeva 90 invasi, finora ne sono stati realizzati 15.
Su questo terreno la crisi diventa questione di programmazione. Anbi Veneto chiede da tempo due cose: la nomina di un commissario straordinario e accordi di mutualità con il Trentino-Alto Adige, per attingere ai bacini montani quando la pianura è a secco. Sul primo fronte la Regione si è mossa, aprendo un tavolo con Emilia-Romagna, Lombardia e le Province autonome di Trento e Bolzano per aumentare gli apporti dai bacini confinanti: una diplomazia dell’acqua che fino a pochi anni fa sarebbe suonata esotica, e che oggi è ordinaria amministrazione tra regioni che si contendono lo stesso fiume.










