“La musica è vita”, dice in una vecchia intervista Michelangelo Andreoni, 24 anni, la persona uccisa il 24 giugno scorso a Camaiore assieme alla madre, Kety Andreoni, 52 anni, dall’ennesimo padre padrone. Quasi sicuramente, in questo caso l’assassino ha ammazzato anche per cancellare l’identità queer del* figl*, che non sopportava, tanto da aver detto anni prima che l* preferiva meglio mort* che gay.
Pochi giorni prima, il 19 giugno, il quotidiano di destra La Verità, nella persona del giornalista Giorgio Arnaboldi, ha pubblicato un articolo dal titolo “Fanno i froci col ministro degli altri”. Il riferimento è a un’iniziativa culturale organizzata dall’Istituto centrale per la grafica per celebrare il giorno del Pride LGBTQ+. Non so se l’Ordine dei giornalisti della Lombardia abbia già attivato il suo Consiglio di disciplina su articolista, titolista e direttore del giornale per chiedere loro conto sul piano deontologico di quel titolo infame (nel dubbio, io ho inviato la mia segnalazione). Però, quello stesso titolo ci aiuta a collocare in un contesto mediatico, sociale e politico l’omotransqueerfobia della quale si è nutrito il padre di Michelangelo e che lo ha aiutato ad armare il suo fucile.






