Camaiore, 24 giugno. Un uomo di 63 anni, Piero Moriconi, prende il fucile e spara alla moglie e al figlio. Kathy Andreoni, 52 anni, muore. Mirko, 24 anni, muore. Il movente che emerge dalle prime indagini è la mancata accettazione dell'omosessualità del figlio. Prima di sparare, quell'uomo aveva già pronunciato la frase. Mirko stesso l'aveva raccontata in un video: «Meglio morto che gay», avrebbe detto il padre dopo il coming out.

Dieci anni fa avevo scritto un racconto. Era la storia di un ragazzo chiuso in una stanza ad ascoltare il padre avvicinarsi con un fucile dopo aver scoperto la sua omosessualità. Non era un esercizio di immaginazione. Dietro quelle pagine c'era una testimonianza vera: un amico, una persona reale, che mi aveva raccontato cosa aveva vissuto. Il terrore di quella notte, il rumore di una serratura, il cigolio di un gradino evitato apposta. Avevo trascritto quella paura con la speranza — quasi la certezza — che in dieci anni diventasse un documento del passato, qualcosa da leggere dicendo: guarda com'era, guarda quanto siamo cambiati.

In quel racconto il padre era un cacciatore. Andavano insieme a caccia di cinghiali, padre e figlio, nel bosco. Nelle parole che avevo messo in bocca al ragazzo c'era una domanda che bruciava: che differenza c'è tra il cinghiale e il figlio frocio? Il cinghiale lo mangi e lo racconti agli amici. Ci ridi sopra. Il figlio frocio lo devi nascondere. Non ci ridi sopra. E poi, nella stessa voce, la vergogna descritta come l'unico metro: una vergogna per il paese, come poteva guardare ancora in faccia i suoi amici. Come se il problema fosse lo sguardo degli altri al bar, non una vita da accettare.