Michele Mari è il vincitore del Premio Strega 2026, ma sul suo volto non affiora alcun segno di euforia. “Non ne sono capace, verrebbe fuori un ghigno”, ha ammesso con distacco il settantenne autore milanese, dopo il successo dell’8 luglio in piazza del Campidoglio, dove ha ottenuto 190 voti con I convitati di pietra (Einaudi).

Più che la voglia di festeggiare, prevale l’istinto di protezione: Mari arriva alla consacrazione segnato da settimane di bufera mediatica innescata dal cosiddetto “affaire del pulmino”.

La sua strategia di sopravvivenza agli attacchi — esplosi in seguito ad alcune frasi giudicate offensive nei confronti della compianta Michela Murgia e che avevano acceso l’ira della finalista Teresa Ciabatti — è stata il rifiuto volontario di esporsi.

“Non sono fatto per le polemiche, lascio perdere piuttosto, lascio che venga detto tutto e di più su di me”, ha spiegato all’indomani della premiazione, definendo questa scelta una “forma di autodifesa”.

A ferirlo, soprattutto, l’equivoco di fondo sulle sue intenzioni: “È successo un pandemonio senza che io realmente capissi per cosa e perché”, ha osservato, stupito che le sue parole siano state lette in chiave sessista.