TRENTO. La consigliera provinciale del Partito Democratico Michela Calzà ha presentato un'interrogazione per chiedere alla Giunta provinciale di chiarire le motivazioni scientifiche, tecniche e sanitarie che hanno portato all'introduzione dell'arco tra gli strumenti autorizzati per il controllo dei cinghiali in Trentino. Secondo l'esponente dem, la decisione solleva interrogativi sulla reale necessità della misura e sui suoi effetti in termini di sicurezza e benessere animale.
«La delibera approvata – afferma Michela Calzà – ha suscitato un'ondata di critiche anche sulla stampa nazionale, con un evidente danno d'immagine per il Trentino. Al di là delle polemiche, è doveroso capire se questa scelta sia supportata da dati, evidenze scientifiche e reali esigenze di gestione faunistica oppure se risponda semplicemente alle richieste di una parte del mondo venatorio».
Nell'interrogazione viene evidenziato che le linee guida di Ispra prevedono l'impiego dell'arco soltanto in situazioni particolari, come aree protette o contesti nei quali non è possibile utilizzare armi da fuoco, con distanze di tiro comprese tra 15 e 30 metri. Il regolamento provinciale autorizza invece tiri fino a 50 metri. Per questo Calzà chiede quali valutazioni tecniche e scientifiche abbiano giustificato l'estensione della distanza massima.















