Le recenti contestazioni a Napoli, dove i militanti di Potere al Popolo hanno interrotto la manifestazione del neonato asse del centrosinistra, non sono un semplice fatto di cronaca locale o una passeggera frizione di piazza. Al contrario, rappresentano la plastica dimostrazione di un vizio strutturale del nostro sistema: la logica dei cartelli elettorali coatti, che per rincorrere sbarramenti e coalizioni aritmetiche finisce per tagliare fuori pezzi consistenti di reale conflitto sociale e di orientamento politico.
Quello scenario mostra inequivocabilmente la profonda discrepanza tra il dibattito istituzionale e il reale orientamento del Paese. Da un lato, assistiamo al consolidamento di aree politiche riconducibili a figure come Roberto Vannacci (il cui movimento "Futuro Nazionale" si attesta stabilmente nei sondaggi attorno al 5% e in continua crescita); dall’altro, al persistente potenziale di un’area radicale, pacifista e anti-sistema che guarda a figure come Alessandro Di Battista, stimata dagli analisti in un bacino potenziale di partenza del 3-5%, destinato anch’esso a crescere.
Questi fenomeni portano alla luce una verità che la classe politica fatica ad accettare: la natura profondamente artificiale del bipolarismo imposto dalle nostre leggi elettorali.













