Questi giorni della couture parigina sono particolarmente afosi, c’è in città un caldo insolito che ben poco si adatta a quel nitore di aria penetrante, dell’elegante grandeur della skyline di sempre.

Un’afa che contagia la tensione degli avvenimenti dedicati a questo angolo di moda inavvicinabile, dove è l’infaticabile lavoro d’atelier a trasformare i capi in visioni quando per incanto il racconto di fantasie e sogni si materializza e si celebra perfetto, nell’impenetrabile territorio di bellezza.

È un perimetro estetico per un mondo di pochi e blindato, quasi a suggello di siderale distanza con uno squilibrio mondiale reso stridente da fantasmi di guerra e immagini quotidiane di eccessi e devastazioni.

Le proposte così si dividono o si orientano nella conferma di codici conosciuti che sono la pagina classica di un glamour già conosciuto ed esaltato nella raffinatezza, o nelle sperimentazioni, il vero nuovo percorso di adesso, l’asciutto incrocio con l’arte contemporanea e la sua comprensione.

Il più talentuoso dei direttori artistici in questo secondo senso resta Jonathan Anderson, mente eclettica di Dior Couture. Per la sua collezione haute couture fall winter 2026-2027 collabora anche questa volta con un artista, l’americana Lynda Benglis, (i suoi bronzi e nodi anni '80) creatrice perfetta per la materia quando questa è il connubio tra abito e la sostanza che deve scivolare, viva e in movimento.