Mancinelli

Parigi, in questi giorni di caldo ma educato nervosimo, suda con buone maniere e confonde la Repubblica con le sfilate. Nel rito collettivo dell’entusiasmo cittadino non si capisce se l’attesa sia più per le tribune del 14 luglio, vegliate da gendarmi in uniforme da museo militare, o per quelle della seconda prova couture di Matthieu Blazy per Chanel e di Silvana Armani per Armani Privé. Coco lasciò scritto: "Che la mia leggenda prosperi e viva a lungo, felice". La parata avrà pure tamburi, ma le passerelle hanno posti limitatissimi, poltroncine d’oro e silenzi sacrali. Da Chanel, come invito, un libricino di favole al collo: ciondolo apribile d’argento, talismano per adulti. E in un salone laterale del Grand Palais come assediato da un giardino tropicale, la domanda era: la favola ci salverà, o ci farà vestire meglio? Non è una fuga nell’infanzia, ma un modo aristocratico di guardare la vita di Gabrielle Chanel, che in una frase lasciata a Lilou Marquand diceva: "Ho inventato la mia vita perché la mia non mi piaceva".

Blazy ha trovato nella biblioteca di Mademoiselle un piccolo libro di favole e si è chiesto se gli atelier possano far parlare gli abiti come quelle pagine. Da lì nasce una couture narrativa, sospesa tra racconto e uso, tra prodigio e disciplina, dove le fiabe vengono filtrate dalla sapienza dei ricami, dai plissé, dai cappelli, dai gioielli, dalle scarpe con tacchi-scultura. Ad aprire la sfilata è il tailleur in pizzo attraversato dalla leggerezza della mousseline di seta. Intanto la favola scivola nei dettagli: una vite sale sul tacco, una borsetta diventa orso, i bottoni passano dall’anatroccolo al cigno. Il meraviglioso, qui, non fa rumore: si nasconde nelle fodere dipinte, nelle tasche, nella catena che dà peso alla giacca, nei biglietti, nei charms, nei piccoli oggetti da gazza ladra. Il taglio apre il corpo al movimento, le stratificazioni accompagnano il gesto.