Siamo talmente impegnati a vivisezionare quotidianamente gli errori di Donald Trump in Iran (numerosi, reali, gravi), che spesso non esercitiamo lo stesso spirito critico sul regime di Teheran. I funerali dell’ayatollah Khamenei padre sono stati un esempio di… distrazione, da parte di molti media occidentali. La versione dominante su quei funerali li ha descritti come una prova di forza del regime. Guarda caso, è la versione del regime stesso.

Ma è possibile che dietro l’apparenza si nasconda una realtà diversa? Lo scrutinio severo che ci viene spontaneo esercitare quando osserviamo una grande democrazia come quella americana, è ben più faticoso da applicare a sistemi autoritari, in Cina o in Russia, a Cuba o in Iran. Per nostra fortuna, è dall’interno che arrivano – a volte – delle salutari contro-informazioni. In questo caso, eccovi una cronaca alternativa sul mega-funerale di Khamenei.

L’ha scritta dall’Iran Maddie Ali, ex insegnante, oggi collaboratrice freelance di The Algemeiner. Oltre alla propria attività accademica, è stata impegnata in iniziative civiche nella sua città d'origine, partecipando e contribuendo a organizzare manifestazioni di protesta insieme ad amici e familiari. Il nome con cui firma questo articolo è uno pseudonimo adottato per proteggerne l'identità. Ecco la sua versione dei fatti, che merita almeno altrettanta attenzione di quella dei media di regime: «Il mondo ha osservato il funerale dell'ayatollah Ali Khamenei dall'alto. Riprese aeree delle strade di Teheran gremite di folla, interviste a sostenitori in lacrime, concitati resoconti di influencer occidentali sui social media: questa è stata la storia trasmessa al mondo intero. Ma la vera storia dell'ultimo saluto alla Guida Suprema iraniana si svolgeva fuori dall'inquadratura delle telecamere: in quelle decine di milioni di iraniani che semplicemente non c’erano.I media di tutto il mondo hanno riferito che ai funerali hanno partecipato milioni di persone, una cifra che non è mai stata verificata in modo indipendente. Riprendendo la narrazione dei media di Stato iraniani, hanno presentato quella folla immensa come una manifestazione nazionale di dolore e di fedeltà. La domanda più significativa, tuttavia, non è quante persone abbiano riempito le strade, ma quante non lo abbiano fatto e perché.È stata Teheran a fornire la risposta. Mentre iniziavano le cerimonie funebri, le strade in uscita dalla capitale si sono congestionate dal traffico, non quelle in entrata. I residenti sono fuggiti in massa per evitare i disagi e l'atmosfera delle celebrazioni ufficiali, e pochi hanno cercato di nascondere le proprie motivazioni."È un giorno di festa e siamo felici di lasciare Teheran, di lasciarci alle spalle il funerale di un dittatore e di andare a divertirci per un po'", mi ha raccontato Sahar, docente universitaria, che ha chiesto di essere identificata soltanto con il nome di battesimo.Anche Hassan, studente universitario che ha chiesto di essere citato solo con il proprio nome, non ha mostrato alcuna emozione. "Questa cerimonia è ridicola", ha detto. "Non voglio farne parte e nemmeno trovarmi nelle vicinanze".Javid, ingegnere, lo ha espresso in modo ancora più diretto. "Perché dovrei piangere un dittatore?", ha domandato. "Sono contento che per lui sia finita".Le immagini diffuse sui social media raccontavano la stessa storia. Gli iraniani pubblicavano selfie e video della loro fuga dalla capitale: non diretti verso i cortei funebri, ma verso le località montane del nord e i villaggi della costa del Mar Caspio. Sabato gli alberghi di lusso sul Caspio pubblicavano fotografie di viali alberati invasi da automobili e villeggianti. Mentre la televisione di Stato trasmetteva immagini di lutto, una parte consistente del Paese era apertamente in vacanza.Non è difficile comprenderne il motivo. Per la maggioranza dei circa 90 milioni di iraniani, la morte di Khamenei, avvenuta il 28 febbraio in seguito agli attacchi militari congiunti di Stati Uniti e Israele, ha chiuso il capitolo di quasi quattro decenni di potere caratterizzati dalla repressione politica, dalla soppressione di ogni forma di dissenso contro il regime islamista e da sanguinose repressioni delle proteste popolari. Una popolazione che ha dovuto seppellire i propri morti uccisi dal regime difficilmente piange l'uomo che ordinò di sparare sui manifestanti.Ed è qui che il funerale diventa il simbolo di qualcosa di più grande: il divario tra l'immagine dell'Iran che viene proiettata all'estero e la realtà vissuta dagli iraniani. Le immagini aeree dell'«unità nazionale» diffuse dai media controllati dallo Stato sono state interpretate da gran parte della stampa internazionale come la fotografia del sentimento del Paese. Gli oppositori del governo mi hanno spiegato che non era affatto così, e la stessa composizione della folla sembra confermarlo.Vale la pena chiedersi chi fosse realmente presente in quelle strade. Tra i partecipanti vi erano numerosi studenti stranieri iscritti ai seminari religiosi e alle università iraniane, beneficiari di una consolidata pratica del regime che consiste nel mobilitare studenti internazionali per le manifestazioni organizzate dallo Stato. Migliaia di giovani provenienti dall'Asia meridionale, dai Paesi arabi e dall'Africa studiano infatti in Iran, soprattutto nei seminari delle città sante di Qom e Mashhad, e da tempo costituiscono una presenza costante nelle celebrazioni e nelle manifestazioni ufficiali. "Molti iraniani non si rendono conto di ciò che hanno perduto. L'Ayatollah Khamenei è stato una benedizione per l'Ummah, la comunità islamica", ha dichiarato Abbas, uno studente pakistano a Qom: un sentimento che sembra assai più diffuso tra gli ammiratori stranieri del regime che non tra gli iraniani diretti verso le spiagge del Mar Caspio.Le dimensioni della folla sono state inoltre accresciute dalla presenza di pellegrini sciiti provenienti dall'estero, richiamati dal ruolo di Khamenei come Marja'-e Taqlid, una delle massime autorità religiose dell’islam sciita. E perfino le immagini potrebbero non essere state ciò che sembravano: alcuni siti persiani specializzati nel fact-checking e osservatori indipendenti online hanno ipotizzato che alcune fotografie aeree diffuse dai media di Stato siano state generate o manipolate con l'intelligenza artificiale.Se si eliminano questi elementi — gli studenti trasportati alle cerimonie, i pellegrini stranieri, le immagini potenzialmente manipolate — il funerale appare meno come un autentico lutto nazionale e più come una rappresentazione costruita per un pubblico interno ed esterno, mentre il consenso domestico continua a restringersi.Teheran è sembrata, di fatto, divisa in due città. Lungo il percorso del corteo ufficiale, la folla piangeva l'ayatollah sotto gli occhi delle telecamere di tutto il mondo. Sulle autostrade dirette verso nord, invece, migliaia di residenti rimanevano bloccati nel traffico mentre cercavano di approfittare del "giorno di vacanza". Solo una di queste due città è finita nei telegiornali.Ed è questa, in definitiva, la domanda che molti iraniani continuano a porsi, in silenzio ma con rabbia: quale spazio trovano le voci della gente comune nelle narrazioni costruite dal regime e troppo spesso adottate senza spirito critico dall'Occidente per raccontare la loro vita? Al funerale di Khamenei la risposta era evidente per chiunque fosse disposto a guardare oltre l'inquadratura: quelle persone erano sulla strada che portava fuori dalla città».