CITTÀ DEL VATICANO. “Il paradosso del lefebvrismo è che trasforma la Tradizione in storicismo”, spiega il vescovo biblista Nazzareno Marconi, membro del Consiglio permanente della Cei e presidente dell’episcopato marchigiano. Qual è il paradosso dei lefebvriani?“Una delle accuse più frequenti rivolte al lefebvrismo è quella di essere semplicemente un movimento ‘tradizionalista’. Ma il problema, forse, non è tanto il desiderio di custodire la Tradizione quanto il modo in cui essa viene concepita. Paradossalmente, proprio nel tentativo di difendere la Tradizione, il lefebvrismo rischia di assumere una logica profondamente moderna: quella dello storicismo”. Cosa c’entra lo storicismo? “Per storicismo non si intende qui il semplice riconoscimento dell'importanza della storia, bensì la convinzione che un determinato momento storico possa diventare il criterio assoluto della verità. La storia cessa così di essere il luogo in cui una realtà vivente si sviluppa e diventa invece il deposito di un'epoca privilegiata da conservare o, all'opposto, da superare. In entrambi i casi, ciò che è contingente viene assolutizzato”.

Benedetto XIV revocò nel 2009 la scomunica di 38 anni fa di Giovanni Paolo II ai vescovi lefebvriani? “È precisamente questa mentalità che Joseph Ratzinger aveva cercato di superare nel celebre discorso alla Curia romana del 22 dicembre 2005, distinguendo tra l'’ermeneutica della discontinuità e della rottura’ e l'’ermeneutica della riforma nella continuità’. Ratzinger osservava come tanto l'interpretazione progressista quanto quella tradizionalista del Concilio Vaticano II condividessero un medesimo presupposto: immaginare due Chiese, una prima e una dopo il Concilio. Per la fede cattolica, invece, il soggetto-Chiesa rimane identico lungo tutta la sua storia. Se la Chiesa avesse realmente smarrito la fede per oltre mezzo secolo, verrebbe messa seriamente in discussione la promessa di Cristo circa la sua indefettibilità”. Quindi i lefebvriani non sono veri tradizionalisti? “Il nodo del lefebvrismo non consiste dunque nell'amare la Tradizione, ma nell'identificarla con una particolare configurazione storica della vita ecclesiale. In questa prospettiva, il cattolicesimo preconciliare finisce per essere assunto non come una delle espressioni della Tradizione vivente, ma come la sua forma normativa e definitiva. La riflessione di Yves Congar aiuta a comprendere il punto decisivo”.