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Lele Adani

La Norvegia col 66% di possesso contro il Brasile, l'Inghilterra che viola l'Azteca in inferiorità numerica, il Marocco che ha cambiato identità in pochi mesi: senza Messi si vince solo con idee, lavoro e collettivo. Lui, da solo, basta

L'unicità di Messi, la routine dello straordinario, come dice l'analista argentino Juan Pablo Varsky, è sempre di stretta attualità, come si è visto nella gara con l'Egitto, dove l'Argentina era sostanzialmente fuori quando il 10 rosarino l'ha pervicacemente riportata dentro. Nessuno come Leo. E però nessun altro ha Leo. Quindi per andare avanti nel torneo ci si deve affidare a una proposta calcistica efficace. Non basta nemmeno avere un 9 produttivo, un centravanti vero come Erling Haaland, perché se i palloni al centravanti della Norvegia non glieli porti, la finalizzazione, e quindi molto spesso la rete, non arriverebbe. Portarglieli, intendiamo naturalmente coi tempi e i modi giusti, le pallonate al 9 servono a poco.

Per questo motivo il c.t. norvegese Solbakken ha lavorato per costruire una manovra funzionale affinché i palloni giungessero al nuovo re dei vichinghi. E ha lavorato benissimo, giocando la miglior partita della storia della Nazionale, come abbiamo visto contro il Brasile in cui, in un universo parallelo divenuto realtà, gli scandinavi hanno chiuso col 66% di possesso palla, direzionando sostanzialmente le dinamiche di una gara che solo con le individualità non avrebbero mai portato a casa.