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Giuseppe Benedini

Vent'anni fa, 9 luglio 2006, l'Italia insozzata dal fango dell'inchiesta Calciopoli batteva ai rigori la favorita Francia. Alla faccia di Domenech, il c.t. transalpino che ancora non è convinto di aver perso quella finale

«Siamo campioni del mondo, come nessuno pensava e come nessuno nemmeno ci voleva. Noi catenacciari e sporchi, corrotti e vittimisti. (...) L’Italia è campione del mondo, la nostra terra, questo Paese strano e disincantato dove adesso stiamo commuovendoci tutti perché si sa che il calcio non è la vita, ma valla a immaginare una vita senza il calcio. Il calcio siamo noi dello Stivale, (...) noi che veniamo da un colpo d’arte, noi che non sappiamo dove nasce la logica, la diplomazia, il mondo, ma sappiamo esistere come pochi altri, che abbiamo piegato la vita nella vita e ora ce la giochiamo sul campo come professionisti del sacrificio, come artisti dell’arrangiarsi. (...) L’Italia è campione del mondo e noi con lei, noi che siamo la sua gente, noi che non sappiamo segnare né quasi fare un passaggio, ma siamo cresciuti in mezzo al fascino violento e galeotto di questo sport che ci cattura da subito e ci fa mettere tutto alle spalle. Noi sappiamo che ci sono cose più importanti. (...) Ma arriva un momento in cui il calcio porta via con sé, strappa da tutto, spezza la vita e ne costruisce un’altra. Fa diventare campioni del mondo. E il resto, onestamente, sinceramente, chi se ne frega». È il giorno dopo la vittoria del Mondiale del 2006 e Mario Sconcerti pennella sul Corriere un affresco disincantato sull'imperfetta bellezza della festa azzurra a Berlino.