ROMA - Non ha il piglio sicuro degli ultimi anni, Valter Lavitola. Quando arriva in procura a Roma, per essere interrogato e difendersi dall'accusa di avere architettato l'attentato all'amico Sigfrido Ranucci, è palesemente nervoso. Grazie al suo avvocato Sergio Cola dribbla i giornalisti, mentre il legale si ferma appena un attimo. Intanto il suo cliente, l'ex protagonista delle cronache giudiziarie dell'era berlusconiana, che ne ha passate tante, procede spedito verso l'ufficio del procuratore Francesco Lo Voi. «Vi posso dire che Lavitola è sconvolto per via dello stretto e fraterno rapporto di amicizia che ha con Ranucci, come confermato dallo stesso giornalista», ripete Cola. Il refrain è lo stesso anche davanti ai pm. La decisione di non rispondere era stata presa immediatamente. La strategia difensiva è l'attendismo. Almeno fino al deposito degli atti, per stabilire quali siano gli elementi in mano all'accusa e rispondere punto per punto alle contestazioni. Intanto, potrebbe toccare a Ranucci di essere convocato ancora in procura, come era accaduto dopo l'arresto dei presunti esecutori dell'attentato. Profili bassi, che nulla hanno a che fare con le inchieste scomode di Report. Anche in quell'occasione il giornalista aveva ipotizzato una mano della criminalità, avvalorando anche l'ipotesi di una pista nera dietro l'ordigno esploso il 16 ottobre scorso davanti al cancello di casa sua. Piste che sono state escluse.
Attentato a Ranucci, Lavitola: «Non c'entro nulla. Ero lì per andare a trovarlo»
ROMA - Non ha il piglio sicuro degli ultimi anni, Valter Lavitola. Quando arriva in procura a Roma, per essere interrogato e difendersi dall'accusa di avere architettato l'attentato...










