di

Ilaria Sacchettoni e Redazione Roma

Il presunto mandante dell'attentato al conduttore di Report arriva con venti minuti di ritardo accompagnato dal difensore Sergio Cola. Ha rilasciato dichiarazioni spontanee

Valter Lavitola, l’ipotetico mandante dell’attentato a Sigfrido Ranucci, entra negli uffici della Procura con venti minuti di ritardo. Accompagnato dal suo difensore, il penalista Sergio Cola. Nelle ore scorse aveva detto che probabilmente non avrebbe risposto alle domande del pm antimafia Edoardo De Santis. Però, pur avendo deciso di non sostenere l'interrogatorio, ha fatto dichiarazioni spontanee: «Non sono stato io, non so chi possa essere stato e non ho idea del movente», sarebbero state le parole dell'imprenditore. Che si è, quindi, avvalso della facoltà di non rispondere ma si è detto «sconcertato» dell'accusa di essere il mandante alla luce dei rapporti di «fraternità» che lo legano a Ranucci. «Ci vediamo quasi tutti giorni, le nostre famiglie si frequentano, andiamo a cena spesso. È un'amicizia così stretta che è incompatibile con qualsiasi tipo di movente», avrebbe aggiunto.

In merito alla sua presenza sul luogo dell'attentato circa un mese prima dei fatti, l'indagato ha sostenuto che spesso «andava lì a trovare Ranucci». Mentre sul ruolo del presunto intermediario, Gomes Clesio Tavares, ha spiegato di «non averlo mandato in Camerun», lui «sta spesso lì e ciò è riscontrabile dal suo passaporto. Ora si trova nel suo Paese di origine per un affare sul carbon credit».