Per mesi, nelle intercettazioni, è stato soltanto «quello». Nessun nome. Nessun cognome. Un pronome sufficiente a tutti gli interlocutori per capire di chi si stesse parlando. L’uomo che aveva commissionato l’attentato contro Sigfrido Ranucci non doveva essere nominato. Ma i carabinieri del Nucleo investigativo di Roma hanno finito per risalire, un passaggio dopo l’altro, a quella che oggi ritengono essere la testa della catena di comando.

L’approdo dell’inchiesta ha un nome che riporta indietro di molti anni. Valter Lavitola. Ex editore, imprenditore, protagonista di alcune delle più note vicende giudiziarie degli ultimi due decenni, dalla casa a Montecarlo di Giancarlo Fini fino alla condanna per estorsione a Berlusconi nella vicenda Tarantini. È Lavitola, secondo la procura di Roma, il presunto mandante dell’attentato dinamitardo compiuto il 16 ottobre sotto l’abitazione del conduttore di Report, a Campo Ascolano, sul litorale romano. E c’è anche un altro indagato, un cittadino di origine nordafricana che faceva da tramite tra Lavitola e il commando che ha materialmente piazzato l’esplosivo.

La svolta arriva dopo gli arresti eseguiti la scorsa settimana. Analizzando telefoni cellulari, contatti e computer degli indagati, gli investigatori ricostruiscono un livello dell’organizzazione rimasto finora invisibile. Anzi, altri due livelli. I quattro arrestati e il quinto indagato, secondo l’ipotesi accusatoria, non si muovevano autonomamente. Facevano riferimento a questa persona che a sua volta riceveva indicazioni da Lavitola.