Sistemati in un vecchio impianto per i rifiuti, in una zona vietata agli insediamenti umani per il rischio di esplosioni: da una settimana vivono così i braccianti del territorio di Brindisi. E la città che negli anni ’90 aspirava al premio Nobel per l’accoglienza si ritrova, con lo stesso sindaco di allora, a allestire una discarica umana. Arrivano pedalando nella spietata canicola di luglio, passando accanto alle quattro enormi sfere bianche della Ipem, il più grande deposito di gas da petrolio liquido d’Italia. Sulla maglia celeste di Idris, frutto di chissà quale riciclo della Caritas, spicca la scritta Brindisi FC; sul portapacchi della sua bici rossa scrostata pesa un fardello d’acqua, sei bottiglie da due litri comprate al discount.

“Stiamo male qui, niente supermercati, niente negozi, niente di niente” dice. Da una settimana i braccianti neri del territorio brindisino dormono e vivono qui, tra i gusci vuoti delle industrie petrolchimiche e energetiche della zona industriale; il supermercato più vicino dista 4 chilometri. “Siamo lontani dalle campagne, troppa strada per lavorare” aggiunge un uomo che avrà almeno 45 anni e dal Burkina Faso è arrivato a Brindisi anni fa. I carciofi, gli ortaggi, i meloni che dalla provincia messapica arrivano in tutta Italia passano dalle mani nere degli uomini che pedalano silenziosi sotto il sole e entrano dal cancello semiaperto nell’accampamento che l’amministrazione comunale ha allestito per loro: un altro guscio vuoto industriale, un vecchio impianto di cdr, il combustibile da rifiuto. “Entrata Scarico” è la scritta che nessuno ha rimosso e campeggia sopra la rete metallica a cui sono legate decine di biciclette e stesi ad asciugare panni e coperte. Accanto, un accampamento di tende allestite sotto i vecchi capannoni.